Categorie
Pensieri

I cristiani possono essere farisei?

Omelia di domenica 27 settembre 2020 (Mt 22, 34-40)

Dovete sapere che la categoria dei farisei, contrariamente a quel che si dice, non si è affatto estinta. Certo non esistono più i farisei così come esistevano ai tempi di Gesù, ma il loro spirito è rimasto.

Ha attraversato millenni di storia e tutt’oggi vive spensierato, anche all’interno del cristianesimo. E non è nemmeno difficile vederlo all’opera: basta guardare a tutti quei cristiani, e non sono pochi, che vivono la loro fede ossessionati dall’osservanza della legge.

Il tempo in cui viviamo non ha grande confidenza con le leggi: le tollera tutt’al più, quando sono necessarie, eppure, anche in un tempo come questo, i cristiani farisei prolificano. Parlo di tutti quei cristiani che pensano di essere bravi solo perché non trasgrediscono i comandamenti, a tutti quei cristiani che hanno ridotto la loro fede a dei doveri da svolgere e a dei precetti da osservare.

Penso ai cristiani che vivono il loro rapporto con Dio ossessionati dal senso di colpa e angosciati dalla paura del giudizio che, prima o poi, verrà pronunciato su di loro. E a coloro che, in nome della legge, che sia divina o umana poco importa, sacrificano la loro libertà, votandosi ad un’obbedienza che finisce per mortificare del tutto quel desiderio che è l’unica cosa che può renderci davvero soggetti della nostra vita.

Ha ragione san Paolo: la legge è, a volte, un giogo insopportabile, una sorta di prigione, di schiavitù che riduce lo spazio vitale dentro i confini di ciò che è solo obbligatorio, privandoci della nostra libertà e delle nostre energie migliori. È un pungolo che rimanda di continuo al nostro limite e alla necessità che esso non venga oltrepassato.

Per questo per Paolo c’è una profonda incompatibilità tra la legge e la fede. Il regime della legge è un regime di schiavitù, la fede è un’esperienza di libertà; l’ossessione della legge costringe l’uomo dentro un’esperienza di privazione che mortifica la vita, l’esperienza della fede immette invece su una via che conduce alla vita; la legge spegne il desiderio dell’uomo, annichilendolo con le sue prescrizioni e i suoi doveri, la fede lo alimenta, invece, ponendoci di fronte ad una promessa alla quale non si può rinunciare.

Ma allora che cosa dovremmo fare? Dovremmo vivere come se non ci fosse una legge? Dovremmo relativizzare ogni etica, ogni obbligo e ogni dovere, immolandolo sull’altare di una libertà che altro non sarebbe a questo punto che il nome di una soggettività arbitraria e senza controllo?

Privandoci della legge non avremmo una fioritura di libertà, ma solo un lento precipitare nell’anarchia e il risultato sarebbe una devastazione ancora peggiore di quella provocata dalla legge…

È a questo punto che devono entrare in gioco le parole di Gesù. Provocato su quale sia il primo e il più importante dei comandamenti Gesù chiama in causa l’esperienza dell’amore a dire che la cosa veramente importante, più che il contenuto delle singole prescrizioni, è lo stile che definisce il nostro rapporto con la legge.

Gesù non elimina la legge, non la demonizza: troppo importante! Sa bene che senza di essa, senza la traccia che essa fornisce, il rischio, inevitabile, è di precipitare in un arbitrio che nulla ha a che fare con la libertà.

Ma Gesù sa anche che la legge, se non vuole diventare avvilente regime di schiavitù, deve essere accolta e praticata non come un obbligo a cui sacrificarsi o come un impegno da assolvere, ma come un atto di amore. Solo l’amore, dice Paolo, rende davvero liberi!

Ed ecco che si ridefinisce davanti ai nostri occhi l’identità del cristiano. Il cristiano è anzitutto uno che ama.

Ciò che lo definisce non è l’osservanza meticolosa della legge, ma la sua capacità di amare Dio con tutte le sue forze, con tutta la sua mente, e con tutto il suo cuore, e il prossimo come se stesso. Il cristiano è uno che ama, e per questo ha bisogno di una legge che lo aiuti ad esprimere questo suo amore e orienti la sua libertà.

Non è al di sopra della legge: la legge ce l’ha scritta nel cuore, ce l’ha legata al braccio, ce l’ha sugli stipiti della porta, direbbe il Deuteronomio. Ma non ne è nemmeno schiavo perché non è la paura della trasgressione a muoverlo, ma la forza inaudita dell’amore.