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Il cibo che perisce e il cibo che rimane…

Omelia del 20 settembre 2020 (Gv 6, 24-35)

A giudicare dalla reazione della folla lo possiamo dire senza esitazione: il miracolo del pane ha raggiunto il suo scopo. Infatti ora tutti cercano Gesù!
E c’è da capirli: non è facile dimenticare la fragranza di quel pane dato alle folle affamate, così come non è facile dimenticare la sensazione di sazietà che hanno visto nel volto di coloro che se ne sono cibati.
Quel miracolo li ha impressionati e conquistati. E il risultato è che ora nessuno di loro sente di poter più fare a meno di Gesù. Gesù è diventato per loro una necessità, non possono più rinunciarvi. E per questo lo cercano disperatamente.
Qualcuno potrebbe dire che in loro è scoccata la scintilla della fede, e che il desiderio che hanno di Gesù, quel desiderio che li anima interiormente e li spinge verso di lui sia indicativo di un amore sincero che si è acceso nei suoi confronti.
E avrebbe tutte le ragioni per dirlo, se il vangelo non ci mettesse di fronte ad una realtà sconcertante: non sempre il desiderio di Gesù è indicativo di una fede autentica. Potrà sembrarvi strano, ma è così: non sempre l’avere un bisogno disperato di Gesù e il non poter fare a meno di lui è espressione di una fede matura.

Gesù lo sa bene e per questo, contrariamente alle aspettative di tutti, anche le nostre, si mostra così diffidente nei confronti della folla che gli corre incontro.
“Voi mi venite dietro e mi cercate, dice, ma non lo fate perché credete in me, ma perché avete mangiato dei pani e vi siete saziati…”
Gesù non vede nella folla che lo cerca l’esperienza della fede, ma solo l’opportunismo di chi pensa di aver trovato a buon mercato una soluzione inaspettata a tutti propri problemi.
E ci rimanda a una verità che avremmo già dovuto apprendere dai tempi dell’esodo, ma che evidentemente non abbiamo ancora appreso, e cioè che la vera questione della fede non è il desiderio di Gesù, ma il “perché” lo si desidera.
È su questo “perché” che si gioca la differenza tra la fede e l’idolatria, tra una religiosità che è apertura alla relazione con Dio e una religiosità che è reclusione di Dio dentro lo spazio ristretto del proprio bisogno.
La folla di cui ci parla il racconto di Giovanni quest’oggi desidera Gesù, e questo è inequivocabile, ma non desidera Gesù perché gli interessi Gesù, ma perché gli interessa soddisfare un bisogno e vede in lui la possibilità concreto di raggiungere lo scopo.
Desidera Gesù, ma non perché sia disposta ad entrare in relazione con lui, ma perché ammirata dalla potenza che si sprigiona dai suoi gesti e dalle sue parole e perché riconosce in lui chi potrà saziare finalmente la fame che l’affligge e colmare il vuoto che la abita.
La folla che sta dinanzi a Gesù più che Gesù: cerca il pane che Gesù può darle. Esattamente come il popolo di Israele nel suo esodo nel deserto che non cercava Dio, ma colui che avrebbe potuto dargli da mangiare facendo piovere manna dall’alto e da bere facendo scaturire acqua dalla roccia.

Il giudizio che Gesù riserva ai suoi interlocutori è severo: di fronte alla manna del pane moltiplicato, essi non riescono a vedere altro se non cibo per soddisfare la loro fame.
Sembra loro preclusa la possibilità di un attraversamento simbolico che dal dono li conduca al donatore; un attraversamento simbolico che assesti la loro esperienza religiosa nell’autenticità e nella libertà di una fede matura.
Bisogna passare dal dono al donatore: questa, ci dice il vangelo, è la condizione perché ci sia una fede matura.
Bisogna che i giudei, e noi con loro, imparino a riconoscere dietro al segno concreto del pane colui che questo pane l’ha donato e insieme l’amore e la tenerezza di un Dio che li chiama alla relazione con lui.
Si tratta, in altre parole, di rimettere al centro Gesù maturando una diversa consapevolezza della sua identità: non più colui la cui importanza è legata a ciò che può donare, ma colui che è in sé stesso il dono.
Non colui che può dare il pane, ma colui che è il pane…

Quante volte, mi chiedo, anche noi abbiamo desiderato e cercato il Signore solo per ciò che egli può darci o perché abbiamo visto in lui la possibilità concreta di saziare la nostra fame o di far fronte ai nostri bisogni.
E quando parlo di bisogni non intendo i bisogni materiali, come se il problema, il sacrilegio, fosse ridurre il Signore alla stregua di ciò che può soddisfare un bisogno materiale. Il problema è piegare il Signore alla soddisfazione di un bisogno. Qualsiasi bisogno. Che sia materiale o spirituale poco importa…
Ed è qui che sta la grande differenza tra la fede e l’idolatria.
Se l’idolatria è piegare Dio al proprio bisogno, fede è accogliere l’invito ad entrare in una relazione dove non si chiede all’altro di piegarsi al nostro desiderio, ma dove, al contrario, ci si dispone ad accogliere il desiderio dell’altro, accettando di farlo diventare il nostro.

Gesù usa un’immagine molto efficace per dire in modo semplice la differenza tra questi due modi di rapportarsi a lui e gli effetti che essi producono. Parla di un cibo che perisce e di un cibo che rimane per l’eternità.
Ora la domanda è: per cosa ci diamo da fare noi?
Per un cibo che perisce, che serve solo a saziare una fame temporanea e a riempire un vuoto destinato a rigenerarsi per essere sempre di nuovo saturato in un processo infinito, per un cibo destinato a morire insieme al nostro bisogno; o per un cibo che sappia immetterci nell’eternità di Dio aprendoci alle misure infinite del suo desiderio?