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Pensieri

Utopia o futuro possibile?

Omelia di domenica 6 settembre 2020 su Gv 5, 19-24; Is 60, 16b-22

Chi non è rimasto incantato ascoltando le parole del profeta Isaia quest’oggi?

Chi non si è sentito trasalire, almeno un poco, sentendolo parlare di un tempo in cui non ci sarà più né giorno né notte perché tutti saremo illuminati di una luce di eternità che proviene da Dio. Chi non si è sentito commuovere sentendolo profetare di un tempo in cui a guidare le nazioni non saranno più i potenti della terra, ma pace e giustizia, un tempo in cui i giorni di lutto saranno finalmente banditi perché il male sarà estirpato dalla città degli uomini e non ci saranno più né prepotenza né devastazione.

Isaia parla di un tempo in cui la terra non avrà più nulla di quella “valle di lacrime” nella quale stiamo tristemente camminando, ma avrà la parvenza di un “germoglio fecondo” benedetto da Dio.

Di fronte a parole come questa ci si emoziona, ma l’emozione dura poco perché, si sa, i profeti non sono uomini della realtà: ci parlano di un tempo che non esiste e, se esiste, appartiene ad un futuro così lontano che nessuno di noi potrà beneficiarne.

Il mondo che descrivono nelle loro visioni non è il nostro e non lo sarà mai: nel nostro mondo a contendersi il potere sono l’ingiustizia e la sopraffazione, non la giustizia e la pace. Nel nostro mondo – basta alzare gli occhi per rendersene conto – morte e distruzione non sono bandite, anzi, indisturbate, continuano a mietere le loro vittime, venando la nostra esistenza di un’oscurità senza luce.

Il mondo che Isaia descrive nella sua visione non è il nostro mondo, non è il mondo di cui noi facciamo esperienza nella nostra vita reale, ma siamo sicuri che non possa diventarlo?

Ci diciamo di non indugiare toppo su queste visioni, perché rischiano di farci perdere il contatto con la storia reale, alimentando in noi speranze illusorie, ma, così facendo, non rischiamo di spegnere in noi ogni desiderio di cambiamento e con esso ogni visione di un futuro diverso da quello di cui abbiamo posto le basi?

Ecco, le scritture, oggi, ci dicono questo: guardate che un futuro diverso è possibile.

È possibile nella misura in cui avete dentro di voi il desiderio di cambiare. Il mondo descritto da Isaia nella sua visione non è un’utopia, ma un mondo possibile, se diventiamo capaci di aprire il cuore a Dio, facendogli spazio nella nostra vita.

Far spazio a Dio, però, non basta!

Il mondo è pieno di uomini e di donne che, avendo fatto spazio a Dio nella loro vita, hanno reso il mondo un posto peggiore.

È pieno di credenti che in nome di Dio hanno ucciso, hanno creato muri, hanno condannato, hanno manipolato, rendendo un inferno la vita del loro prossimo. Gesù stesso è stato messo in croce da uomini che, con la sua morte, pensavano di rendere onore a Dio…

Fare spazio a Dio non basta. Per poter cambiare il mondo, per poter avviare davvero cammini di resurrezione, bisogna, prima di ogni altra cosa, scegliere il Dio che si vuol servire. Bisogna decidere a quale Dio affidare la propria vita!

È fin troppo noto che dietro al termine Dio si nascondono spesso idee molto diverse.

Prendete la pagina di vangelo di oggi: leggendola vi troverete di fronte a due rappresentazioni di Dio molto diverse tra loro.

Da una parte c’è il Dio dei farisei, dei dottori della legge, delle autorità di Israele. Un Dio che è disposto a lasciar morire un uomo purché non venga trasgredito il riposo del sabato, un Dio a cui non interessa la felicità dell’uomo ma solo conservare egemonia e potere, un Dio che non ha nessuna dimestichezza né con la compassione, né con il perdono, per il quale fare giustizia altro non è che sanzionare le colpe commesse. È il Dio della legge…

Dall’altra c’è il Dio di Gesù. Questo Dio, a differenza dell’altro, non ha il volto di un padrone tirannico o di un giudice spietato, ha piuttosto il volto di un Padre amorevole, che mette al centro, non le disposizioni legali, ma l’uomo, e tutto opera per amore della sua creatura. È il Dio che risuscita dai morti e dà la vita, il Dio che non chiude le porte alla speranza, nemmeno quando si trova di fronte all’abisso del peccato.

Ora, a quale Dio decidiamo di fare spazio? Al Dio dei dottori e dei farisei o al Dio di Gesù?

Se decideremo di scegliere il Dio dei farisei, ovvero il Dio della legge, non saremo attori di nessun cambiamento, ma solo interpreti di una religiosità fanatica e fondamentalista che renderà ancora più oscura la tenebra che ci avvolge.

Ma se invece decideremo di scegliere il Dio di Gesù e, come Gesù, decideremo di lasciarlo operare in noi e nella nostra vita perché la sua luce, attraverso noi, si irradi nel mondo raggiungendo ogni uomo della terra, allora sì, diventeremo operatori di cambiamento. Se, come Gesù, decideremo di rimettere al centro l’uomo, facendo spazio alla potenza rigeneratrice dell’amore, la nostra vita diventerà davvero germe di resurrezione.

E la visione del profeta Isaia, visione di una terra abitata dalla giustizia e dalla pace, dove non ci sono più né morte, né distruzione, non sarà più un futuro impossibile, ma l’esito felice del nostro cammino di uomini.