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Voi chi dite che io sia …

Omelia del 13 settembre 2020 (Lc 9, 18-22)

La domanda sull’identità di Gesù ha attraversato in lungo e in largo tutta la nostra storia. Per rispondere a questa domanda si sono fatti concili, ci si è inoltrati nel vespaio di dispute infinite, si sono scritti trattati e apologie. È una domanda questa che ha disegnato confini, che ha creato muri di separazione, che ha dato vita a scontri feroci.

E ancora, oggi, questa domanda si impone come la domanda veramente decisiva, almeno per tutti quelli che si dicono cristiani.

Chi è cristiano, infatti, non può prescindere dall’interrogarsi sull’identità di Gesù, non può prescindere dal domandarsi chi egli sia veramente, o dal prendere posizione nei suoi confronti.

Ora, voi siete cristiani: lo sapete chi è Gesù? Sapete chi è quel Gesù di cui dite di essere discepoli?

Decidete di edificare la vostra vita su di lui e di affidargli la vostra speranza di eternità, ma sapete chi è costui?

Certo, mi direte… Chi non sa chi è Gesù?  Anche un bambino, se ha fatto un po’ di catechismo, sarebbe in grado di estrarre dal suo cilindro qualche formula per definirlo: messia, figlio di Dio, verbo incarnato, re dell’universo e si potrebbe andare avanti all’infinito.

Il problema è che Gesù quando chiede ai suoi discepoli di dire cosa pensano di lui non vuole formule, non vuole frasi fatte, non vuole verità prefabbricate.

Nessuna di esse, infatti, è in grado di dire chi egli è veramente: c’è una singolarità che è propria di Gesù e che nessuna formula, neanche la più altisonante e teologicamente impeccabile, sarà mai in grado di catturare.

Per questo Gesù, di fronte alla professione di fede di Pietro che gli attribuisce il titolo di “Cristo”, anziché compiacersi e rallegrarsi, come sarebbe stato ovvio fare, si indispettisce, intimandolo a fare silenzio.

Noi sappiamo quanto la parola “Cristo” sia importante nella tradizione biblica e sappiamo anche quanto questa parola possa essere efficace per parlare di Gesù e della sua missione.

Il Cristo è il messia di Dio, è colui che Dio invia perché si compia la salvezza di Israele, è colui che ha il compito di far rinascere il germoglio di Iesse, ridando di nuovo vita ad un regno che realizzi l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Gesù non è forse tutto questo: chi lo può negare?

Eppure a Pietro che gli dice “tu sei il Cristo” Gesù intima di tacere come avesse detto una parola inopportuna.

Perché? Perché neanche il termine Cristo è in grado di aprire un varco sulla sua verità.

Se egli è il Cristo, infatti, se è il messia, lo è a modo suo!

Il regno che è venuto a costruire non è il regno evocato dalle attese messianiche di Israele. La salvezza che è venuto a portare non ha nulla della liberazione politica sperata dagli uomini e dalle donne di Israele. E l’alleanza, la nuova alleanza che egli è venuto a sancire è ben diversa da quella dell’antico patto costruito sull’osservanza della legge. La sua è un’alleanza di sangue e il sangue – badate bene – è quello di Dio…

Alla domanda sull’identità di Gesù non si risponde con le formule del catechismo, né con le definizioni della teologia.

Anzi, con queste formule il più delle volte si corre il rischio di ingabbiare Gesù dentro categorie che lo rendono ostaggio degli spazi angusti della nostra immaginazione religiosa. Spazi limitati e qualche volta perfino di corto respiro.

Gesù non lo si può incasellare in una definizione: se si desidera aver accesso al suo mistero la via da percorrere è quella di una relazione quotidiana con lui. Una relazione che chiede ogni volta di mettersi di nuovo in gioco davanti a lui, di mettersi in ascolto della sua parola, accettando di lasciarsi sorprendere e, se necessario, addirittura scandalizzare.

Una relazione che sia capace di aprire i nostri occhi sul disvelarsi sempre imprevedibile di un mistero che non può essere mai compreso una volta per tutte.

Una relazione in cui ci sia dato di comprendere chi è Gesù per noi e così ci sia permesso di addentrarci nel suo mistero più profondo.

È il suo essere “per noi”, infatti, che lo definisce….

Il “per noi” che esprime la potenza inaudita dell’amore che salva, e consuma ai piedi della croce ogni immagine di Gesù che non viene da Dio.