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Fare memoria…

Omelia del 25 ottobre 2020 (Lc 24, 44-49)

Il Vangelo che oggi abbiamo ascoltato registra le ultime parole di Gesù, quelle che egli pronunciò prima di salire al Padre e di scomparire definitivamente dalla scena di questo mondo.

Le registra e ce le consegna.  Perché abbiamo a farne tesoro, e perché siano una traccia ad indicare il cammino da seguire, come cristiani e come Chiesa. 

E che cosa dicono queste parole ultime, queste parole definitive? Quale percorso indicano per la nostra Chiesa di oggi?  Le parole ultime che Gesù affida ai suoi discepoli sono un invito a fare memoria…  È un invito questo che sentiamo di frequente nei racconti della risurrezione: in prossimità del sepolcro gli angeli invitano le donne a ricordare le parole di Gesù; sulla strada che porta a Emmaus il viandante invita Cleopa e il suo compagno di viaggio a ricordare le scritture; ora, nella casa che vede gli apostoli radunati insieme, Gesù appare e invita i presenti a fare memoria. 

Quella del fare memoria, non c’è dubbio, è una dimensione importante, strategica, della vita dell’uomo, e come lo è per la vita dell’uomo, lo è anche per la vita di un cristiano. Noi viviamo di memoria, siamo memoria. Senza di essa saremmo degli sradicati, mancheremmo di una nostra identità propria, vivremmo nel mondo come degli estranei. C’è, però, un’avvertenza a cui fare attenzione: che questa memoria non diventi l’alibi per una vita vissuta come ripiegamento nostalgico sul passato.

Vivere di memoria non significa vivere con lo sguardo costantemente rivolto all’indietro, schiacciati dal peso di un’eredità che anziché aprire al futuro, rende prigionieri del passato. E convinti che non ci sia altro modo di vivere se non quello che ci porta a riprodurre eternamente ciò che abbiamo già vissuto. Questa non è la memoria che Gesù affida ai suoi discepoli. 

La memoria che Gesù affida ai suoi discepoli è la capacità di interiorizzare quanto hanno vissuto, di custodire nel proprio cuore gli eventi che hanno segnato il passaggio di Dio nella storia perché diventino  lo spazio di una personale risposta di fede e di uno slancio di libertà. Gesù invita i suoi discepoli a ripercorrere la storia della salvezza attraverso le pagine della scrittura, li invita a ricordare i momenti salienti della loro esperienza di discepoli perché è in questi momenti che è custodito quel vangelo che a loro è chiesto di portare ad ogni uomo e a ogni donna che abitano la terra.

Rievocare quei momenti, però, non basta. Bisogna che siano aperte le loro menti perché riescano a comprendere, perché siano aiutati a leggere dietro agli eventi e a riconoscervi un senso e un significato per la loro vita.  Non si tratta di dire “è successo questo o è successo quello”, ma “che significato hanno avuto queste cose per la mia vita, che cosa hanno mosso dentro di me, che cosa mi lasciano …”  Fare memoria vuol dire questo: non solo mettere in fila uno dopo l’altro le cose vissute, ma comprenderne il senso e il modo con cui esse sollecitano di continuo la nostra libertà. È questo ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli aprendo il loro cuore all’intelligenza della scritture. 

E sulla scia di questa apertura che coinvolge sia il cuore che la mente, i discepoli capiscono che quanto hanno vissuto fa parte di un progetto. Capiscono che gli eventi che hanno segnato la storia della salvezza e la loro vicenda personale non sono avvenimenti occasionali, susseguitisi senza una logica precisa, ma nodi di un filo ininterrotto che attraversa da sempre la storia del mondo. E dice di un progetto di amore, di prossimità, di alleanza che ha come suo compimento, come suo approdo definitivo, proprio quell’evento tragico di morte e di annientamento che essi vorrebbero in ogni modo cancellare perché segno, a loro giudizio, di una sconfitta tanto dolorosa quanto insopportabile. “Bisognava”, dice Gesù, che il Cristo patisse, “bisognava” che il Cristo salisse sulla croce: così è scritto nelle scritture. Anche la croce fa parte del progetto!

Non lo smentisce: è viceversa segno di una corrispondenza con il piano di Dio che si spinge oltre i confini del possibile e dell’immaginabile: un Dio che non esita ad attraversare la sofferenza e la morte, per difendere questa nostra umanità, per liberarci dalla schiavitù di una religione a tal punto snaturata da diventare oppressiva, per restituirci alla nostra libertà.

Dentro la memoria dei discepoli, dentro la nostra memoria, deve starci anche questo, deve starci soprattutto questo: la necessità della croce.  È dietro questa necessità, infatti, che si cela volto trascendente di Dio e si decide senza possibilità di equivoco il destino del mondo. È questo e nient’altro che i discepoli devono custodire nella loro memoria ed è questo che devono testimoniare senza ripensamenti.

Testimoniare: un’altra di quelle parole che sono diventate parte integrante del nostro vocabolario fino ad uscirne logore. Parliamo in continuazione di testimonianza e ne abbiamo fatto un paradigma per dire dell’azione missionaria della Chiesa.  Il problema è che non di rado ci capita di parlarne in termini solo riduttivi: l’associamo ad una semplice attestazione, ad un’esposizione di verità dogmatiche, o tutt’al più, ad una dimostrazione di coerenza di vita. 

Ma la testimonianza di cui ci parla Gesù quest’oggi è ben più di questo! Testimoniare è condividere la memoria. È partecipare agli altri una lettura della storia che permetta di riconoscere in ciò che si è vissuto una proposta di senso capace di interrogare la propria libertà.  È rendere accessibile la propria esperienza perché chiunque vi possa attingere una parola di verità sul mistero di Dio e sul destino del mondo.