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L’arte dello spreco

Omelia del 11 ottobre 2020 (Mt 13,3b-23)

Questa parabola viene solitamente letta in due modi. Il primo modo è quello che insiste sulle condizioni che rendono possibile la ricezione del seme. Senza le condizioni giuste, infatti, lo sappiamo, non c’è nessuna possibilità che il seme produca il suo frutto: bisogna che il terreno sia fecondo perché da esso possa nascere qualcosa. L’accento va, dunque, posto sulla qualità del terreno. 

E siccome il terreno di cui parla la parabola altro non è che la nostra vita a cui Dio affida il seme della parola il messaggio che ci viene recapitato è chiaro: la fecondità della parola di Dio dipende da voi, dalla qualità del vostro animo, dalla vostra disponibilità dell’ascolto, dalla rettitudine con cui vivete la vostra vita. Solo se saprete diventare un terreno fertile il seme della parola di Dio potrà produrre in voi il suo frutto.

Il secondo modo enfatizza, invece, il risultato insperato, quel “cento per uno” cui si arriva, nonostante l’ostruzionismo dei terreni e nonostante l’imperizia del seminatore. Il cono di luce si sposta sul risultato finale e la parabola diventa celebrazione della lungimiranza e della potenza di Dio che realizza quanto ha in mente, nonostante le numerose resistenze che incontra. Da qui l’esortazione ad avere fede nella provvidenza di Dio che finalizza anche senza di noi e a prescindere da noi. Per quanto i terreni siano inospitali Dio il cento per uno lo raccoglie… 

Ora, non c’è dubbio che entrambi questi due modi di lettura sottolineino aspetti importanti della parabola, ma a mio giudizio hanno anche un grosso limite: quello di trascurare del tutto o quasi quello che fa il seminatore che è il vero protagonista della parabola. Per cogliere il senso profondo della parabola bisogna volgere lo sguardo al seminatore e porre attenzione a quello che fa.  

Il problema è che ciò che il seminatore fa non ha nulla di virtuoso, all’apparenza, anzi, l’incauta approssimazione con cui getta la semente incurante della sua destinazione e incurante del fatto che la sua negligenza potrebbe mettere in serio pericolo l’intero raccolto sono un segno evidente della sua inesperienza, della sua incompetenza e della sua superficialità. Non è possibile che tre parti su quattro del seme vadano perdute, semplicemente perché sono gettate su un terreno “sbagliato”…

Volgendo il nostro sguardo sul seminatore non possiamo fare a meno di constatare l’enormità dello spreco causato dalla sua imperizia. 

E la constatazione un po’ ci imbarazza perché se il seminatore è Dio, – questo è quello che dice la parabola – non riusciamo proprio a capire come Dio possa agire in un modo così sconsiderato, così paradossale, così fuori dai canoni della più elementare logica economica. Se il seme è prezioso non va sprecato, non va buttato via, questo è il nostro modo di vedere, questo è la cosa più logica da fare. Immagino che anche voi sarete d’accordo con me. 

Ma è proprio qui che la parabola interviene e impartisce la sua lezione. Dicendoci: guardate che Dio non pensa e non agisce come voi, la sua economia è diversa dalla vostra, ciò che per voi è logico non è detto che lo sia anche per lui. Il tuo buon senso dice: il seme è prezioso, non va sprecato. Dio ti dice: proprio perché è prezioso lo devi sprecare. Proprio perché è sacro, e va custodito in ogni modo, lo devi “sacrificare”.

Attenzione: qui non si sta parlando della necessità di prendere distanza dalle cose, o di ridimensionare l’importanza del seme (tanto alla fine l’importante è il risultato …), o di essere “di manica larga”, di non essere pitocchi e gretti (se perdi qualcosa, non sarà mica la fine del mondo). 

Il seme è sacro e va difeso con la vita: niente di esso, neanche la più piccola parte, deve andare perduta a meno di voler incorrere nel giudizio di Dio. Esattamente come nessun “iota” della legge va tralasciato, pena la trasgressione di tutta la legge, e nessuna pecora può essere abbandonata a sé stessa, neanche per evitare che si perdano le altre novantanove. 

Eppure, questa è la scommessa: l’unico modo di dare importanza al seme è quello di sprecarlo, non di trattenerlo.  Lo spreco è paradossalmente ciò che permette di tenere vivo il valore del seme. Il calcolo, l’ossessione del rendimento, l’avarizia, il senso della misura lo farebbero miseramente crollare. Ecco perché l’ingiunzione è la sprezzatura. 

Il seminatore semina, con sprezzatura, cioè senza alcun calcolo e con sorprendente dismisura, perché il seme, il seme buono della Parola, la buona notizia del Regno, va gettato in tutti gli angoli, come la luce della lucerna che deve stanare i segreti (Mc 4, 21-22), come la misura senza misura che eccede ogni tornaconto (Mc 4, 24) e questo è l’unico modo di restituirgli valore e renderlo produttivo. 

L’ideale è la dismisura!  

E da qui la censura dell’atteggiamento ossessivo di una religione possessiva, tutta improntata al calcolo e al rendimento. Non dovete fare calcoli, sembra dire la parabola. Non dovete selezionare prima da voi il terreno, dovete spargere su tutti e quattro i terreni.  Dovete seminare anche là dove il buon senso vi direbbe di non seminare perché la potenza del seme è in grado di produrre frutto anche dove aspettarsi un frutto sembrerebbe umanamente impossibile.