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Il discepolo e l’ascolto …

Omelia del 22 novembre 2020 (Gv 5, 33-39)

Il messaggio che quest’oggi ci viene rivolto si risolve in un duplice invito: porgete il vostro orecchio alle mie parole e alzate al cielo i vostri occhi.

È un invito che troviamo anzitutto nel testo profetico di Isaia dove i verbi “ascoltare” e “guardare” ritmano il fluire della parola divina: “ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati. Guardate ad Abramo, vostro padre. Ascoltatemi attenti, o mio popolo; porgetemi l’orecchio. Alzate al cielo i vostri occhi e guardate la terra di sotto.”

Lo stesso identico richiamo lo ritroviamo anche nelle parole di Gesù. Di fronte a lui ci sono i giudei che lo accusano di essere un eretico e un bestemmiatore. Gesù risponde loro dicendo che il motivo della loro diffidenza è che non sanno realmente ascoltare la voce del Padre e, perciò, non riescono a vederne il volto che si rivela. Gesù li invita ad aprire i loro cuori così che la parola divina possa fare breccia dentro di loro e rimanervi come germe di vita nuova.

Ascoltare e guardare: questo, dunque, è l’invito. Un invito che dobbiamo ritenere sia rivolto anche a noi. 

Ora, la domanda è: cosa vuol dire, in concreto, mettersi in ascolto della parola di Dio ed essere disposti ad alzare gli occhi verso il cielo? E che cosa vuol dire fare tutto questo in un tempo com’è quello in cui viviamo? 

Il nostro tempo, infatti, non è certo un tempo avido di parole: dovunque ci giriamo veniamo travolti da una quantità infinita di parole e immagini; siamo, notte e giorno, bombardati di messaggi che si insediano dentro di noi ad un livello di profondità che non riusciamo nemmeno ad immaginare. Istintivamente ci verrebbe da dire che ascoltare non è per noi un problema: anzi, non facciamo altro. Immagazziniamo di continuo dati, informazioni, notizie, nozioni.  Eppure dobbiamo riconoscere che mai come in questo tempo ci scorgiamo superficiali, sprovvisti di spirito critico, incapaci di una visione unitaria delle cose e soli, terribilmente soli, perché privi di certezze capaci di sostenere le grandi domande della vita.

Il motivo è semplice: noi non sappiamo più ascoltare. Certo, siamo sommersi dalle parole, ma questo non vuol dire ascoltare; raccogliamo da ogni parte informazioni con un’avidità che potremmo definire maniacale, ma questo non vuol dire ascoltare; siamo come delle spugne e assorbiamo tutto quel che ci viene rovesciato addosso, dalla televisione, dai media, dalla rete, ma questo non vuol dire ascoltare.

Noi oggi abbiamo smarrito il senso profondo di questa parola: noi non sappiamo più ascoltare. Ecco perché l’invito di Gesù oggi ci appare più che mai provvidenziale. Dobbiamo ritornare ad ascoltare, ci dice …

Ma come? 

Il primo passo da compiere è quello di mettere un argine alla nostra presunzione: quella presunzione che ci fa pensare di sapere già tutto, o per lo meno, quanto serve per vivere. 

L’uomo del nostro tempo ha ampliato a dismisura le aree del sapere, la sua conoscenza ha raggiunto un livello di dettaglio che fino a solo pochi decenni fa era inimmaginabile, e, cosa ancor più importante, tutto questo bagaglio di conoscenze che fino a poco tempo fa era dominio esclusivo di pochi ora è a disposizione di tutti: il sapere è diventato di dominio pubblico, e questo ha indotto non pochi a pensare di non aver più bisogno degli altri, di poter venire a capo dei problemi della vita senza dover far riferimento a nessun aiuto esterno. Se è così, voi mi capite, ascoltare diventa un inutile passatempo. Anche se si tratta di Dio! 

Perché infatti dovrei ascoltarlo, Dio, se sono convinto di essere in grado da me di distinguere ciò che è bene e ciò che è male? Perché dovrei ascoltarlo se ho già deciso quale direzione da dare alla mia vita? Perché dovrei ascoltarlo se posso rispondere da me alle grandi domande poste dalla vita.  Se vogliamo ridiventare capaci di ascolto  dobbiamo ritrovare l’umiltà di chi sa di non bastare a sé stesso e di non potercela fare solo con le proprie forze.

Ma non solo: se oggi vogliamo ritrovare la capacità di ascoltare c’è un altro passo essenziale da compiere: sollevare gli occhi da noi stessi. 

Che cosa vuol dire? Che noi siamo vittime, al giorno d’oggi, di una sorta di “gigantismo dell’io” che condiziona profondamente anche la nostra capacità di ascoltare. Ascoltiamo, ma ascoltiamo prevalentemente noi stessi e le poche volte  che ci mettiamo ad ascoltare gli altri, lo facciamo a condizione che gli altri dicano le cose che noi vogliamo sentire. 

Ma questo non è ascoltare …

Ascoltare vuol dire aprirsi all’altro, vuol dire accogliere dentro di noi qualcosa che non ci appartiene e, a volte, persino non ci corrisponde. Ascoltare vuol dire essere capaci di rinunciare all’esclusività del proprio punto di vista, vuol dire mettere da parte le proprie attese per accogliere quelle di un altro, accantonare i propri obiettivi disposti ad assumere quelli di qualcun altro. 

Non è questo quel che fa il discepolo di Gesù? Il discepolo di Gesù non è colui che è disposto a rivedere le proprie attese e a mettere in discussione il proprio punto di vista assumendo la prospettiva del suo maestro e camminando dietro di lui? 

È questo che il Signore ci chiede quando ci invita a porgergli l’orecchio e volgere i nostri occhi verso il cielo: ci chiede la disponibilità di tornare ad essere discepoli. Ci chiede il coraggio di accogliere il vento di novità di cui la sua parola è portatrice accettando, se necessario, persino che esso possa scombinare tradizioni e convinzioni radicate.

Solo in questo modo potremo davvero essere testimoni di Gesù nel mondo. Solo così, come dice l’apostolo Paolo, saremo in grado di diffondere nel mondo che abitiamo il profumo di Cristo …