Categorie
Pensieri

La risposta di Dio …

Omelia del 25 dicembre 2020 (Lc 2, 1-14)

Eccoci ad un nuovo appuntamento con il Natale. Una festa che da sempre scandisce i tempi della nostra vita. Ogni anno ritorna con il suo irresistibile fascino e ogni anno lascia dietro di sé una scia di emozioni e di buone intenzioni.

Ho, però, come l’impressione che il mistero del Natale, per abitudine, forse, o forse semplicemente per distrazione, abbia perso, a lungo andare, la sua capacità di comunicare, abbia smarrito il suo “logos”, la sua capacità di dire, di farci riflettere, di provocarci. 

Se vogliamo vivere il Natale dobbiamo restituirgli la parola, la sua innata e feconda capacità di parlare. 

E che cosa ci direbbe il Natale? Di che cosa ci parlerebbe se avessimo l’audacia di restituirgli parola? Ci parlerebbe di noi, ci parlerebbe della nostra vita, di come siamo e di come dovremmo essere …

Benché infatti la retorica diffusa abbia ridotto il Natale ad un racconto edificante, una sorta di favola per bambini, o addirittura ad uno spot commerciale destinato ad accrescere il flusso di mercato, il Natale nella sua essenza più profonda parla di noi: è uno specchio nel quale possiamo contemplare la nostra umanità.

Un’umanità avvilita in cerca di speranza; un’umanità assediata dalla paura e tormentata dalla percezione un’insostenibile precarietà; un’umanità immersa nel buio della notte e desiderosa di luce e di futuro; un’umanità afflitta dalla prevaricazione, dall’odio, dall’indifferenza e dall’opportunismo, alla ricerca disperata di valori sui quali nuovamente mettere fondamenta. 

Di tutto questo parla il mistero del Natale: di un’umanità in cerca di riscatto. In cerca di una via d’uscita…

Ma non solo! Il mistero del Natale non ci parla solo della nostra condizione di afflizione e del nostro desiderio di riscatto. Il mistero del Natale ci parla anche di Dio: di come Dio si sia messo in ascolto della nostra afflizione, di come Dio non si sia “tirato fuori”, chiudendosi nella sua beata solitudine, di come Dio abbia deciso di farsi carico di un’umanità ferita offrendo speranza e riscatto. 

Questo è il Natale: la risposta di Dio ad un’umanità in cerca di riscatto.

Una risposta, che però non è esattamente quella che avremmo desiderato. Quella del Natale è una risposta che ci sconcerta e ci lascia senza parola. 

Avremmo desiderato luce per vincere la notte che imperversa intorno a noi e dentro di noi – la pagina di Isaia è un inno alla luce – ma qui sentiamo di un Dio che, anziché portarci la luce, viene ad abitare il nostro buio. A condividere la nostra oscurità. Nessuna luce infatti promana da quella grotta. Nessuna luce si sprigiona dalla culla che ospita il Figlio di Dio. Nei vangeli apocrifi sì. Prendete ad esempio il Protovangelo di Giacomo: lì sì si parla di una luce potente che fuoriesce dalla grotta di Betlemme e si diffonde tutt’intorno, ma non nei vangeli.

Nessuna luce a diradare la notte: a dire che se attendiamo una nuova creazione essa non avverrà come all’inizio dei tempi per effetto di un perentorio comando divino, “fiat lux”, ma solo se gli uomini si faranno portatori di luce e, intrecciando le loro pur flebili luci, sapranno mettere un argine alle tenebre. 

Ci saremmo aspettati un salvatore potente, come quello di cui parla Isaia: un principe di pace, un consigliere ammirabile, un sovrano armato di giustizia e forza e, invece, nella grotta della nascita non troviamo che un bimbo adagiato su una mangiatoia: visione di debolezza e di fragilità estrema, segno di precarietà e di povertà indicibile.

E ci chiediamo: come potrà un bambino indifeso e inerme sollevare le sorti di un’umanità sofferente in cerca di riscatto? Come potrà questo Dio bambino proteggere l’umanità dall’oppressione del maligno quando egli stesso non sa proteggersi dal freddo della notte?

Capite? È un contro-segno quello del Natale: nessun “deus ex machina” verrà a cambiare l’inerzia delle cose; nessuna magia, nessun incantesimo potranno sostituirsi all’impegno quotidiano della volontà e della libertà dell’uomo…

Ci sarà la giustizia, ma ci sarà solo se gli uomini sapranno farsene carico. Solo se sapranno spargerne il seme nella quotidianità della vita a vantaggio di sé e di coloro che abitano sotto lo stesso cielo.

Ci sarà la pace, ma ci sarà solo se gli uomini sapranno deporre le armi, bandendo l’odio e la vendetta in favore del perdono e dell’accoglienza. La pace è il destino di un’umanità che ha imparato a riconoscere nell’altro il proprio fratello e nel proprio fratello non un intralcio da evitare a tutti i costi o un ostacolo da eliminare, ma la via, l’unica possibile, del proprio riscatto.

Questo è il mistero del Natale. La risposta di Dio che traccia per noi un cammino da percorrere: attraversare la notte diventando portatori di luce, convivere con l’iniquità diventando costruttori di pace, abitare il disincanto di un mondo rassegnato per essere artefici di un nuovo futuro.