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Pensieri

Un benedizione per tutti …

Omelia del 6 dicembre 2020 (Mc 11, 1-11)

Ci sono alcuni che leggono la lamentazione accorata pronunciata dal profeta Isaia su Moab come un oracolo canzonatorio, come una presa in giro. Perché, infatti, Isaia, che è un profeta di Giuda, dovrebbe disperarsi o provare dolore per la devastazione di un popolo che non è il suo, o per la sorte di una terra che non è la sua? La domanda si impone con ancora più forza se tenete conto i rapporti tra gli figli di Giuda e i figli di Moab non sono proprio idilliaci. Sono rapporti che descrivono una storia di tensione, di contese, di rivalità. 

Chi, dunque, sostiene che la lamentazione di Isaia sia una finzione non dice una cosa inverosimile, a me, però, piace pensare che non sia così. 

Mi piace pensare che questa lamentazione di Isaia non sia beffarda ironia, quasi che il profeta potesse provare un qualche compiacimento nel vedere i nemici storici del suo popolo andare in rovina. Mi piace pensare che in questi versi ci sia un sentimento sincero di empatia, di condivisione e di compassione nei confronti di uomini e donne che, non importa se nemici o amici, si trovano costretti a patire una sorte di distruzione e di devastazione. Nessuno dovrebbe gioire della sofferenza di un altro.

Mi piace pensare che nella consolazione che Isaia promette al popolo di Moab, disegnando davanti ai suoi occhi un futuro di pace e di gioia, non ci sia nessuna volontà di infierire, solo il desiderio sincero di dare speranza a chi l’ha perduta … 

Ora, voi mi direte: come fai a pensare questo? Che cosa ti porta a ritenere che Isaia, profeta di Giuda, possa davvero soffrire per la cattiva sorte dei figli Giuda? 

Tu sai come sono fatti gli uomini. Sai quanto possono essere egoisti, quanto possono essere opportunisti, quanto possono essere calcolatori. L’egoismo, l’opportunismo, la rivalità sono scritti nel loro patrimonio genetico!

È vero: gli uomini sono così e siamo costretti a constatarlo ogni volta che ci guardiamo attorno e se siamo onesti ogni volta che ci guardiamo dentro, ma nel nostro patrimonio genetico, ci dice la tradizione biblica, non c’è solo egoismo, opportunismo, e rivalità. 

Nel nostro patrimonio genetico Dio ha scritto anche qualcos’altro, qualcosa che segna la differenza tra noi e tutte le altre creature, qualcosa che ci vuole padroni del nostro istinto e marca l’impronta divina che portiamo dentro di noi, qualcosa che chiede di uscire da noi stessi per diventare forza propulsiva capace di orientare il cammino dell’umanità verso il bene.

Che cos’è questo qualcos’altro? È il compito che Dio affidò ad Abramo quando lo chiamò a fidarsi di lui e gli chiese di diventare il capostipite del popolo dell’alleanza: essere una benedizione per tutti i popoli della terra. Israele sarà benedetto da Dio, ma la benedizione che, abbondante, sarà riversata su di lui, Israele non potrà trattenerla per sé, a tracciare in modo netto il confine che lo separa da tutti gli altri, questa benedizione Israele la dovrà condividere. La benedizione effusa su Israele è una benedizione di cui dovranno essere fatti partecipi tutti gli uomini della terra, una benedizione che dovrà essere liberata perché l’amore di Dio raggiunga tutti i popoli della terra con la sua provvidente misericordia.

È un’istanza universalistica che troviamo in tante pagine dei grandi profeti: pensate alla visione di Isaia nella quale si vede un corteo di popoli salire al monte del Signore per riconoscersi nella comunione con lui come un popolo di fratelli.  “Verrà un giorno”, dice Isaia in cui “Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. 

Perché questo sia possibile, però, bisogna rinunciare a qualcosa. 

Bisogna rinunciare all’immagine di un Dio che è solo nostro, all’immagine di un Dio che afferma la propria potenza attraverso l’esercizio del dominio, all’immagine di un Dio che crea muri per salvaguardare la propria identità e quella del suo popolo. 

È questa l’immagine di Dio che portano in cuore gli uomini e le donne di Gerusalemme quando, alle porte della città, acclamano Gesù come figlio di Davide e restauratore del regno perduto. 

Ecco perché a questa visione, cui appartiene l’idea di un Dio forte e vittorioso, Gesù contrappone una visione di portata universale dove al centro non c’è un singolo popolo, ma l’umanità intera: l’umanità con i suoi bisogni, con le sue attese, con la sua sete di speranza, di pace e di giustizia. L’umanità che si scopre amata da Dio e per la quale, senza esclusione, Dio vorrebbe salvezza e benedizione.  È da qui che nasce la compassione, la pietà, l’interesse sincero che hanno spinto Isaia a penare per la sorte di Moab.

Gli uomini e le donne di Gerusalemme sono intenti a ritagliarsi una salvezza tutta propria, ottenuta spese di tutti gli “altri”, Gesù, per adempiere la promessa abramitica di una benedizione per tutte le famiglie della terra, istituisce un nuovo modo di mettersi in relazione con il Padre: una relazione filiale che crea attorno a sé fraternità. Non l’ira e la condanna sono il segno del Regno di Dio che viene, ma la potenza e misericordia che si sprigionano dalla figura inedita di un Messia che entra nella sua città seduto su un’asina. 

Gesù è venuto per portare nel mondo la benedizione di Dio, perché la benedizione di Dio si irradi, ben oltre i confini politici e nazionali di Israele, fino a raggiungere ogni angolo della terra; Gesù è venuto perché ogni uomo, e quando dico ogni uomo intendo dire il povero tanto quanto il ricco, il peccatore tanto quanto il giusto, potesse sentirsi raggiunto dall’amore che libera e salva, perché le pecore disperse potessero riunirsi sentendosi parte di un unico gregge dietro un unico pastore. Questa è la sua missione e questa è anche la nostra missione. Siamo chiamati ad essere una benedizione per questo mondo, per questa gente, anche per i nostri nemici.

Ne saremo capaci …?