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Seguire la scia di una stella…

Omelia del 6 gennaio 2021 (Mt 2, 1-12)

Nel tempo in cui viviamo orientarsi guardando le stelle è diventato anacronistico. 

Persino i grandi navigatori che, un tempo non lontano, solcavano i mari lasciandosi guidare dalle misteriose traiettorie celesti hanno ormai optato per i più sofisticati dispositivi satellitari, dove basta inserire le coordinate ed è un attimo arrivare a destinazione, senza correre il rischio di perdersi. 

Le stelle ormai le guardano solo i poeti per fantasticare o gli scienziati per le loro dotte classificazioni o i nostalgici che, rimpiangendo la magia di un mondo senza troppi gingilli tecnologici, si lanciano in improbabili e avventurose esplorazioni con bussole e mappe stellari, salvo ogni tanto dare una sbirciatina al cellulare per capire se si trovano sulla strada giusta.

Pensate a quanto sarebbe bello poter disporre di un navigatore satellitare da utilizzare anche nel nostro viaggio verso Gesù, un navigatore che, inserite le corrette coordinate, ci porti senza grosse fatiche nel luogo dove poter incontrare e adorare, anche noi come i Magi, il salvatore del mondo. 

Senza fatica e soprattutto senza errori, perché è questo che ci angoscia di più, ancor più della fatica: la possibilità di sbagliare strada. 

E spesso, lo dobbiamo confessare, l’impressione di aver sbagliato strada ce l’abbiamo. Ce l’avevano i pastori, prima di noi, che, capitati per sbaglio di fronte al luogo della natività, vedendo un bambino avvolto in fasce, adagiato sulla paglia nella penombra di una stalla, scaldato dall’alito di un bue e di un asino, si saranno chiesti: ma è veramente questo il posto indicatoci dagli angeli? È veramente questo il messia promesso? È questo il salvatore di Israele?

La stessa cosa se la chiederanno, molti anni più tardi, anche i discepoli e le folle di Gerusalemme, quando di fronte allo scempio del corpo crocifisso di Gesù, si chiederanno: dov’è il messia? Dov’è l’amato di Dio? Dov’è la potenza di Dio che vince il maligno? 

Credevamo che fosse lui il liberatore di Israele”, si dicevano l’un l’altro i discepoli di Emmaus, nel loro viaggio a ritroso nel tempo. L’impressione che hanno i poveri discepoli di Emmaus è di essersi sbagliati, di aver sbagliato indirizzo, di aver sbagliato strada. 

Ed è, se siamo sinceri con noi stessi, l’impressione che spesso abbiamo anche noi nel nostro tormentato cammino verso Gesù, l’impressione di non essere mai al posto giusto e che quello che, dopo tanto cercare, ci sta di fronte non sia realmente il Gesù che cercavamo. 

Ecco perché sarebbe auspicabile avere un navigatore che sia in grado di portarci a Gesù dandoci la certezza di essere al posto giusto, senza margine alcuno di errore. Il problema è che un navigatore che sia capace di portarci a Gesù non esiste e non esisterà mai. 

L’unico modo di trovare la strada che porta a Gesù, ci dicono i Magi, forti della loro esperienza, sono le stelle. Non ci resta, dunque, che rimettere in tasca i nostri cellulari e la nostra sofisticata tecnologia e ricominciare a guardare il cielo.

Ma perché proprio le stelle? 

Perché le stelle, obbligandoci ad alzare gli occhi al cielo, ci costringono a sollevare, almeno ogni tanto, lo sguardo da ciò che è terreno. 

Certo per evitare di inciampare uno sguardo a ciò che calpestiamo bisognerà pur darlo. Uno sguardo al sentiero che ci si apre davanti e agli ostacoli che rendono insidioso il cammino bisognerà pure metterlo in conto. 

Ma se si ha occhi solo per guardare in basso, per anticipare buche e schivare pietre, è difficile che si vada lontano. Se lo sguardo è calamitato dalla fatica del cammino, dall’angoscia per l’incertezza della meta e dall’apprensione per le incognite da affrontare, il viaggio non potrà che essere molto breve e fallimentare.

Per poter arrivare alla fine del percorso bisogna avere la forza di guardare oltre l’immanenza dei bisogni e delle difficoltà quotidiane, bisogna essere disposti a far spazio ai propri sogni e lasciarsi rapire, senza troppe cautele, dalla bellezza di ciò che gli occhi potranno contemplare alla fine del viaggio e che ora possono solo intravedere e sperare. Se si vuole giungere al cospetto del re divino, come i Magi, bisogna avere in cuore il desiderio di qualcosa che va oltre lo spazio ristretto di ciò che è immediato e terreno.

Ed è questo che deve animare anche noi nel nostro viaggio verso Gesù: se la nostra preoccupazione è quella di non farci troppo male, di non dover rinunciare a troppe cose, di non dover affrontare difficoltà e fatiche e di non trovarsi a dover smaltire una qualche delusione, tanto vale che ci si fermi subito e si faccia prontamente ritorno a casa…

Seguire le stelle vuol dire alzare lo sguardo e lasciarsi portare da un desiderio, da una curiosità, da un’aspettativa, da un’intuizione che dev’essere più forte di ogni resistenza e di ogni ragionevole dubbio. 

I Magi sono figura di tutti gli uomini in ricerca, di tutti gli uomini che sanno allungare la vista oltre la gittata del proprio passo, di tutti gli uomini che sanno guardare con realismo la realtà, sapendo che la realtà non si riduce né all’asprezza del terreno, né allo sforzo che si deve compiere per superarne le asperità.

Sono figura di tutti coloro che, per una sorta di arcana rivelazione, hanno dovuto imparare che un movimento di stelle, per quanto distante, può condizionare le loro vite più di quanto possano i sassi che stanno sotto i loro piedi o la sabbia del deserto che inaridisce le loro gole.

I Magi non si accontentano di vivere la loro vita semplicemente amministrando il proprio tesoro, tra perdite calcolate e guadagni moderati, ma hanno in cuore di sfidare l’ignoto, seguendo la scia di una promessa scritta, prima che in cielo, nei loro cuori.

Chissà se anche di noi si può dire lo stesso: in tal caso una discreta possibilità di arrivare a Betlemme ci sarebbe anche per noi!