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Una fame provvidenziale …

Omelia del 24 gennaio 2021 (Mt 14, 13b-21)

La fame può essere molto dolorosa e debilitante ma bisogna riconoscere che all’interno dell’esperienza umana svolge un ruolo importante, qualche volta addirittura provvidenziale.

Ha la funzione di rimetterci coi piedi per terra, di restituirci alla realtà, di non farci perdere il contatto con i nostri limiti e con i nostri bisogni più radicali. La fame ci rammenta, qualora l’avessimo dimenticato, che noi non bastiamo a noi stessi, ma siamo assoggettati alla necessità ineludibile di dover dipendere per la nostra vita da qualcun altro che accetti di farsi carico del nostro bisogno. 

Non è davvero cosa da poco questa, soprattutto di questi tempi.

Il tempo in cui viviamo è, infatti, un tempo in cui, da ogni parte, ci viene propinato l’ideale dell’uomo autosufficiente, dell’uomo padrone della propria vita. In un tempo come questo ammettere di avere bisogno di qualcuno ha il sapore di un’umiliazione insopportabile e degradante. 

E questo non riguarda solo gli uomini ricchi potenti abituati a far fronte ai propri bisogni con le sole proprie forze, questo riguarda tutti gli uomini, anche noi. 

Il mito dell’autosufficienza è stato a tal punto assorbito nella nostra cultura che anche noi, nonostante la nostra penuria di mezzi, facciamo fatica ad accettare di avere dei limiti e facciamo fatica a chiedere aiuto, anche quando in gioco ci sono cose del tutto banali. Ne facciamo una questione di orgoglio: chiedere ci sembra vergognoso e accettare di dover dipendere da qualcuno frustrante e mortificante. L’uomo deve essere in grado di costruire da sé la propria vita senza dover chiedere a nessuno e senza assoggettarsi all’umiliazione di una condizione servile. E così finiamo per morire dentro i nostri bisogni e dentro la nostra presunzione, inseguendo illusioni e accumulando frustrazioni esasperanti. 

Ecco il vangelo oggi, in evidente controtendenza, ci dice: non dovete negare o sopprimere il vostro bisogno, dovete ascoltarlo …

Dovete ascoltarlo perché esso ha qualcosa di importante da dirvi circa la vostra natura di uomini.  Vi dice che l’uomo non è fatto per rinchiudersi in sé stesso; l’uomo vive solo se si dispone a ricevere. L’uomo vive solo se si espone al dono dell’altro. Che vuol dire: l’uomo vive solo dell’amore che riceve. È l’amore il nutrimento di cui ha bisogno più di ogni altra cosa e di questo è simbolo il pane di cui oggi il vangelo parla: della cura, della tenerezza, della sollecitudine di Dio.

Lo stesso vale per quel pane che Gesù ci dona ogni domenica quando celebriamo l’eucarestia, il pane dell’ultima cena, il pane dell’alleanza: è il sacramento dell’amore di Dio per gli uomini.  Per questo ci nutre: non perché possegga principi nutrizionali di carattere soprannaturale, ma perché è il simbolo permanente del dono che Cristo fa di sé per la vita del mondo e pertanto il simbolo permanente dell’amore che Dio riversa in abbondanza sull’umanità intera. 

Ma l’uomo non vive solo del dono ricevuto. 

Il racconto del miracolo dei pani e l’esperienza radicale del bisogno che da quella pagina affiora ci dicono che l’uomo, oltre che dell’amore ricevuto, vive anche dell’amore donato, dell’amore condiviso. 

Sono molti gli indizi nel testo che orientano in questa direzione. Il primo: ai discepoli che pongono il problema di dover provvedere al cibo per tutta quella folla Gesù dice: date loro voi stessi da mangiare. Come se il dare da mangiare a tutta quella gente più che il risultato ad effetto di un’azione miracolosa dovesse essere il frutto maturo di un gesto di condivisione. 

Ee siamo al secondo indizio. Abbiamo sempre dato a questo racconto il nome di moltiplicazione dei pani, ma provate a rileggerlo con attenzione: il verbo “moltiplicare” non compare da nessuna parte. Il pane qui non è moltiplicato, il pane è piuttosto diviso, spezzato, condiviso. 

Offerto, elargito …

Terzo: c’è un particolare curioso alla fine del racconto. Gesù benedice i pani, li spezza e li distribuisce, diremmo noi, e invece no: richiama in gioco i discepoli perché siano essi a distribuirli. Un’ulteriore sottolineatura per dire che quell’amore, l’amore che abbiamo ricevuto e di cui viviamo, attende di essere a sua volta donato e condiviso.

Anche questo vuol dire fare eucarestia …