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Pensieri

A tavola con Gesù …

Omelia del 7 febbraio 2021 (Lc 7, 36-50)

Invitare qualcuno a sedere alla propria tavola non è gesto che possa essere equivocato.

Tutti, infatti, sappiamo – e lo sappiamo da sempre – che cosa la tavola rappresenti nell’universo simbolico delle nostre relazioni umane: è luogo di dialogo, luogo di confidenza e di intimità, luogo di condivisione. Potremmo dire, senza usare troppa enfasi, che la tavola è lo spazio fisico e simbolico della comunione. 

Sarà per questo che Dio allestisce un sontuoso banchetto per sancire in modo definitivo la sua alleanza con Mosè e con il popolo di Israele; e sarà per questo che il profeta Isaia, dovendo evocare la pace e l’abbondanza dei tempi messianici, si affida all’immagine di una tavola imbandita alla quale siederanno insieme tutti i popoli della terra.

Se dunque Simone il fariseo invita Gesù alla sua tavola dobbiamo supporre che la ragione che lo anima sia il desiderio di incontrare Gesù e di intrecciare una relazione con lui. Cosa anomala per un fariseo, mi rendo conto. I farisei, infatti, lo sappiamo, non intrattengono buoni rapporti con Gesù e i vangeli ci dicono che il loro atteggiamento nei confronti del Rabbi di Nazareth più che di stima, sono di disprezzo e di ostilità. 

Per quanto realistiche, queste considerazioni non ci autorizzano,, però, a dubitare delle buone intenzioni di Simone e della trasparenza del suo interesse per Gesù, né ci autorizzano a scorgere dietro al suo voler sedere a tavola con Gesù una qualche subdola macchinazione.  

Nulla nel testo del vangelo ci fa pensare ad un tranello o ad una provocazione, come invece accade in altri passi del vangelo dove a fronte di alcune mosse fatte dagli interlocutori di Gesù si dice chiaramente che furono fatte con l’intento di metterlo alla prova, se non addirittura coglierlo in fallo.

Qui la situazione è molto più semplice e lineare: c’è un uomo che desidera incontrare Gesù.  E decide di incontrarlo non di nascosto, non in maniera clandestina, ma in totale visibilità, a confermare la sua convinzione circa la bontà di quel che sta facendo. 

Il problema è che l’incontro tanto desiderato con Gesù non avviene. O meglio, formalmente avviene: Gesù e Simone si siedono effettivamente alla stessa tavola, condividono lo stesso cibo, chiacchierano amabilmente insieme, ma, ci dice il vangelo, la distanza tra i due rimane abissale. Sono seduti l’uno accanto all’altro, ma non si incontrano, condividono la stessa mensa ma non entrano in relazione. Rimangono fatalmente distanti.

E qui troviamo la prime delle tante lezioni che oggi il vangelo ci impartisce: si può essere incredibilmente vicini a Gesù, ma profondamente distanti da lui. E al contrario: si può essere formalmente distanti da Gesù, ma incredibilmente vicini a lui. 

Non è questo che nel racconto evangelico accade alla donna peccatrice? Nessuno, se ci pensate, è più distante di lei da Gesù: è una donna e per giunta una peccatrice. Che ha da spartire una come lei con uno come Gesù? Eppure, nonostante la sua apparente distanza, culturale, sociale, spirituale, è l’unica che riesce a costruire realmente uno spazio di prossimità con Gesù. A differenza di Simone, ella non siede a tavola con Gesù, si accontenta di stare ai suoi piedi, dietro di lui, senza nemmeno vederlo in faccia; neppure parla con Gesù, rimane in silenzio, eppure è lei, non Simone, ad incontrare realmente Gesù. 

Ora la domanda è: che cosa ha permesso a questa donna di vincere la sua estraneità e entrare in comunione con Gesù? E perché Simone il fariseo, nonostante le sue buone intenzioni, non è riuscito ad accorciare la distanza che lo divideva da Gesù?

Le risposte che il vangelo ci fornisce sono due. 

La prima: Simone non riesce ad entrare in relazione con Gesù perché non riesce ad accettare che Gesù sia diverso da lui e dall’idea che si è fatto di lui. Certo qualche divergenza l’avrà messa in conto: Gesù, infatti, non era un perfetto estraneo, qualcosa di lui la si sapeva e si sapeva dell’originalità del suo punto di vista su certe questioni, c’era tuttavia probabilmente la convinzione che, al fondo, ci fosse un sentire comune, una medesima gamma di valori, un’identità condivisa. 

La realtà che Simone deve constatare è però un’altra: tra lui e Gesù, tra il suo modo di pensare e quello di Gesù c’è una distanza incolmabile. E questa distanza non lo spinge ad interrogarsi, non lo apre all’ascolto, non lo incita al confronto, ma lo chiude irrimediabilmente in sé stesso. Dove non c’è ascolto e dialogo, voi capite, non può esserci relazione…

Secondo: Simone non riesce ad avviare una relazione con Gesù perché in lui manca l’amore. Il profilo della relazione che egli cerca è intellettuale e ciò che reclama è sì un’intesa, ma un’intesa sui contenuti, un accordo sui principi, la condivisione di uno status sociale, una lealtà che si gioca a livello di corporazione. 

In tutto questo non c’è spazio per l’affezione, per la riconoscenza, per la compassione, per la prossimità. Cose che invece hanno immenso spazio nella relazione che la donna peccatrice intrattiene con Gesù.

Le sue mani, le sue lacrime, i suoi capelli, i suoi baci, tutto parla dell’amore intenso, profondo, traboccante che ella ha per Gesù. Tutto racconta del suo bisogno di amare e di essere riamata. In un silenzio assoluto lascia che il suo corpo esprima ciò che nessuna parola potrà mai dire. 

E qui troviamo l’altra grande lezione di questa pagina evangelica: nessuna comunione è possibile se manca l’amore . Senza l’amore l’incontro con Gesù sarà sempre un incontro mancato … come quello di Simone.