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Dare un senso al bisogno …

Omelia del 21 febbraio 2021 (Mt 4, 1-11)

Iniziamo quest’oggi il nostro cammino di Quaresima e come ogni anno lo facciamo immergendoci nella scena evangelica che racconta la tentazione di Gesù.  Non è una scena particolarmente esaltante, dobbiamo riconoscerlo. E i motivi sono presto detti.

Da una parte il contesto: siamo nel deserto e il deserto non è un luogo felice: è luogo di privazione, di desolazione e di solitudine. 

Dall’altra c’è la tentazione a metterci paura. Sappiamo, infatti, che la tentazione non è di Gesù e basta: noi siamo esposti tanto quanto lui , senza avere, però, la sua determinazione, la sua forza d’animo e la sua fede per difenderci. Nella tentazione che colpisce Gesù non è solo Gesù ad essere colpito, ma l’uomo, l’uomo nella sua miserabile fragilità, l’uomo nella sua disarmante vulnerabilità, l’uomo che siamo anche noi.

Lo conferma il fatto che il tentatore per cercare di aprirsi un varco nel cuore di Gesù faccia leva su una dinamica che è tipicamente umana: la dinamica del bisogno. 

L’uomo ha sempre bisogno di qualcosa. Non esiste momento della sua vita in cui egli possa dire di non aver bisogno. Il bisogno è per lui un’insorgenza continua e insopprimibile: ha bisogno di cibo e di nutrimento, ha bisogno di cure, ha bisogno di attenzione, ha bisogno di gratificazione, ha bisogno di potere. Niente definisce l’uomo meglio del bisogno. Potremmo dire che l’uomo e strutturalmente bisogno. Un bisogno che chiede, ovviamente, di essere soddisfatto, un vuoto che sempre si rigenera e sempre domanda di essere riempito.

Ed è proprio qui che si insinua la tentazione, quella di Gesù e la nostra: nell’offerta di una via semplice, immediata e efficace per colmare il vuoto che di continuo il bisogno scava dentro di noi. 

“Fa che questi sassi diventino pane”, dice il tentatore a Gesù. 

Noi non abbiamo questa possibilità: il pane noi ce lo dobbiamo guadagnare con la fatica del lavoro e il sudore della fronte. Gesù invece questa possibilità ce l’ha: un semplice gesto e potrebbe disporre di tutto ciò che serve per sfamare non solo la sua fame, ma la fame di ogni uomo e donna della terra. Perché non approfittarne?

Una semplice preghiera e la potenza illimitata del Dio altissimo sarebbe a sua disposizione per il bene di tutti. Il tentatore offre a Gesù una via per portare a compimento, in modo efficace, il compito per il quale è stato mandato: irradiare il mondo con la benedizione di Dio.

Pensate, infatti, a cosa accadrebbe se Gesù decidesse di acconsentire alle parole del tentatore e trasformasse i sassi in pane, piegandosi al bisogno dell’uomo: non ci sarebbe più la fame, non ci sarebbero più vite spezzate dalla morte o segnate dalla malattia, non ci sarebbero più né miseria, né dolore, né lacrime. E forse non ci sarebbe più nemmeno l’ostilità e l’inimicizia perché se tutti avessero ciò di cui hanno bisogno, ogni volta che l’hanno bisogno, non dovrebbero più sottrarlo ai propri fratelli innescando la catena perversa dell’invidia e della rivalsa. 

La proposta è allettante e, vista la posta in gioco, persino ragionevole, ma non per Gesù. 

Gesù oppone alle parole del tentatore un rifiuto convinto. Ciò che ai nostri occhi appare una promessa di vita e benedizione, ai suoi occhi appare un vicolo cieco che porta alla morte. Ciò che a noi sembra una proposta ragionevole, a lui appare come un raggiro, una tentazione perversa che compromette l’esito felice della vita.

Ma perché Gesù fugge?

Perché Gesù sa che ciò di cui l’uomo ha bisogno non è una risposta immediata al proprio desiderio. Anche perché, diciamocelo, non c’è nulla che possa spegnere il desiderio dell’uomo: una volta ottenuto ciò voleva incomincerà a desiderare qualcos’altro, una volta riempito un vuoto se ne creerà un altro ancor più profondo del precedente e questo con una frequenza che diventa man mano sempre più frenetica e alienante. 

Il vuoto che c’è dentro di noi è inesauribile: cercare di riempirlo è impossibile, e pericoloso perché mette l’uno contro l’altro la nostra illusione di poter avere tutto e insieme l’insoddisfazione di non avere mai ciò che veramente vogliamo. 

Ciò di cui l’uomo necessita veramente più di ogni altra cosa, e Gesù lo sa bene, è la capacità di dare un senso al proprio bisogno. 

Il bisogno fa parte dell’uomo, non lo si deve eliminare, gli si deve dare un senso. Questa è la lezione che oggi dobbiamo assolutamente fare nostra in questa prima tappa del nostro itinerario quaresimale. 

Il bisogno, il nostro bisogno, quel bisogno che ci ricorda che siamo limitati, che non siamo la totalità, che siamo mancanti, non è, come vorrebbe farci credere il tentatore un’imperfezione da togliere, ma ciò che rende la nostra vita autenticamente umana. Non si tratta, quindi solo di imparare a convivere con il bisogno e ad accettarlo, ma di capire che senza mancheremmo di qualcosa di fondamentale.

Senza il nostro bisogno noi non sapremmo dare un valore alle cose, perché è dal vuoto che lascia dentro di noi quando non ce l’abbiamo che noi capiamo che una cosa è importante. Senza il nostro bisogno noi non conosceremmo la bellezza dell’amicizia, il valore della solidarietà e l’importanza della reciprocità. Senza l’esperienza del bisogno noi non avremmo desideri e i desideri, lo sappiamo, sono ciò che ci fa crescere e che ci rende vivi: senza desiderio la nostra vita sarebbe un cammino verso la morte. Senza il bisogno noi non avremmo probabilmente nemmeno la fede perché è a partire dalla coscienza del bisogno che si diventa capaci di invocare aiuto, perdono e misericordia, uscendo da sé stessi e affidando la propria vita nelle mani di qualcun altro.

Il Signore ci chiede questo quest’oggi: imparare a vedere nella mancanza che il bisogno fa emergere lo spazio di una pienezza. Quella di una vita da investire nel gioco quotidiano della libertà e di un dono da accogliere a piene mani.