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Una preghiera gradita a Dio…

Omelia del 7 febbraio 2021 (Lc 18, 9-14)

Nel capitolo 18 del vangelo di Luca sono due le parabole che mettono a tema l’esperienza della preghiera. Una è quella del giudice iniquo e della vedova insistente. Con questa parabola Gesù ci dice in modo fermo e deciso che pregare è importante ed è importante pregare sempre, senza mai stancarsi, anche quando le condizioni propizie vengono a mancare. 

L’altra parabola è quella che abbiamo ascoltato oggi: la parabola del fariseo e del pubblicano. Con essa Gesù ribadisce, ovviamente, quanto già detto a proposito dell’importanza della preghiera, ma vi aggiunge una sottolineatura che, a dir suo, è decisiva: è importante pregare, certo, ma è importante anche come si prega.

Il confronto tra i due personaggi della parabola lascia emergere questo.. Entrambi salgono al tempio a pregare, ma, nonostante la perfetta simmetria del loro porsi di fronte a Dio, Dio gradisce la preghiera dell’uno e non quella dell’altro. Che cosa fa la differenza tra i due?

Ciò che fa la differenza è il “come” pregano, il modo della loro preghiera: c’è un modo di pregare che rende la nostra preghiera gradita a Dio e c’è un modo di pregare che rende la nostra preghiera inefficace e perfino irritante ai suoi orecchi.

Ovviamente, parlando del modo di pregare non si allude alla postura del corpo o ai segni esteriori della preghiera. E questo va sottolineato perché si eviti di mettere in moto un dispositivo di imitazione che si risolva alla fine nel semplice formalismo. 

Il fatto che Dio non gradisca la preghiera del fariseo e che il fariseo preghi in piedi, a differenza del pubblicano che invece prega in ginocchio, non significa che “stare in piedi” durante la preghiera è sbagliato, e che la preghiera fatta “in ginocchio” sia più efficace di quella fatta “in piedi”. 

Il fatto che Dio gradisca la preghiera del pubblicano che, come ben evidenzia il testo, “si mantiene a distanza”, non significa che, quando veniamo in Chiesa, dobbiamo sederci tutti nelle panche in fondo, in segno di deferenza e di rispetto. La preghiera è esperienza di intimità e come tale di vicinanza. L’essere vicini, il mettersi davanti non è affatto da intendersi come un disvalore, o come una forma di esibizionismo, ma esprime piuttosto il coraggio di un protagonismo che suggerisce impegno e responsabilità.

Il fatto che la preghiera del pubblicano sia una preghiera di richiesta di perdono non ci autorizza a pensare che preghiera autentica sia solo quella che ci fa confessare la nostra miseria e che non ci sia posto per una preghiera che sia invece gioiosa o confidenziale.

È il “come” che fa la differenza tra la preghiera del fariseo e quella del pubblicano, ma il “come” cui qui si allude non è quello formale dei gesti esteriori, che pure sono importanti, ma quello che va a sondare la disposizione del cuore. È la disposizione del cuore ciò che, in definitiva, fa la differenza tra il fariseo e il pubblicano: disposizione del cuore che riflette un modo di essere, con Dio, con sé stessi e con gli altri. 

Non rimane a questo punto che domandarci: qual è la disposizione interiore che fa sì che la sua preghiera del pubblicano sia gradita a Dio, per contrappunto a ciò che accade al fariseo la cui preghiera invece viene rifiutata? 

La disposizione interiore del pubblicano è quella di un uomo che si fa piccolo, che si ritira in un angolo perché Dio abbia tutto lo spazio necessario per rendersi presente e agire. La disposizione interiore del fariseo è invece quella di un uomo così pieno di sé e con un “io” così dilatato che nessuno spazio è concesso alla presenza di altri, Dio compreso . 

Un’annotazione del testo lo conferma. Quando l’evangelista descrive la preghiera del fariseo dice che egli pregava “pròs heautón”, letteralmente “verso di sé”: il fariseo parla a sé stesso e parla di sé stesso. La sua preghiera è un parlare che torna su di sé, un monologo che preclude lo ogni spazio possibile.

Mi chiedo se a volte non si possa dire lo stesso della nostra preghiera? Non capita anche a noi talvolta di riempire interamente lo spazio, con i nostri problemi, i nostri desideri, le nostre domande, sottraendo a Dio lo spazio necessario per poter incidere nella nostra vita?

C’è un altro elemento che caratterizza la preghiera del pubblicano: la capacità di leggere sé stesso con verità e la capacità di riconoscere l’importanza di Dio nella propria vita. Il pubblicano sa chi è, conosce la propria miseria, non si nasconde, e proprio per questo sente di non poter fare a meno dello sguardo misericordioso di Dio. In quello sguardo misericordioso riconosce l’unica vera sua possibilità di salvezza.

Il fariseo no. La presunzione lo rende miope e gli impedisce di vedere con chiarezza quel che c’è dentro di lui. Su questo questo è importante fare una precisazione: quando dico che il fariseo è miope e presuntuoso non intendo dire che quanto dice di sé non corrisponde alla realtà delle cose o che falsifica o ingigantisce le cose attribuendosi più di quanto meriti. Il fariseo non ingigantisce nulla: digiuna davvero due volte alla settimana e paga davvero le decime di tutto quello che possiede. Le sue buone azione e il suo zelo sono davanti agli occhi di tutti. Il problema non sta in ciò che dice di fare e non fa, ma nel peso che dà alle cose che fa: l’ingombro delle tante opere buone che compie gli dà l’illusione di essere giusto e gli impedisce di vedere che anche dentro di lui c’è una parte di miseria che chiede di essere redenta. 

Si ritiene sano, e questo gli fa pensare di non aver bisogno di nessun medico; si ritiene giusto e per questo crede di non aver bisogno della santità di Dio; si ritiene senza peccato e, quindi, la misericordia divina gli appare del tutto superflua. Se cerca Dio non è perché ha bisogno di lui, ma perché ha bisogno di qualcuno che ratifichi la sua integrità e la sua giustizia e lo faccia in modo inappellabile. Direbbe sant’Agostino: “è salito al tempio non per lodare Dio, ma per essere lodato da lui”.

Anche noi signore a volte siamo così. Anche noi, spesso, siamo convinti di essere nel giusto, come il fariseo, e anche noi come lui, facciamo fatica a vedere e ad accettare la miseria che c’è in noi. Donaci, Signore, occhi come quelli del pubblicano: occhi con cui guardare in faccia al nostro peccato senza paura; occhi per riconoscere che, per quanto grande sia il nostro peccato, più grande , infinitamente più grande, è l’amore che hai per noi.