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Il dono …

Omelia del 28 febbraio 2021 (Gv 4, 4-26)

Sin dai primi capitoli della Genesi sappiamo che l’acqua è un dono. Fu Dio a far piovere l’acqua dal cielo e fu allora che la terra divenne giardino. Fino ad allora nessun cespuglio campestre era sulla terra perché, dice il testo biblico, il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra. L’acqua fa quindi la sua apparizione nel nostro mondo quando l’uomo ancora non esisteva e fin da subito si presenta come un dono, tanto gratuito, quanto necessario: un dono che proviene da Dio e senza il quale nessuna vita è possibile.

Evidenza biblica che ha una precisa corrispondenza con quanto ci dice l’esperienza: l’acqua non la produciamo noi, non ce la creiamo in laboratorio. Ne disponiamo, ma non ne siamo gli artefici.

L’acqua è quindi un dono, è qualcosa che esiste indipendentemente da noi, ma perché essa possa produrre tutti i suoi molteplici benefici, quei benefici di cui noi stessi godiamo, il nostro contributo diventa decisivo. Con l’acqua noi ci dissetiamo, ci rinfreschiamo, ci laviamo, ci purifichiamo, ma ciò è possibile solo perché qualcuno è stato capace di strapparla alla terra scavando pozzi profondi. L’acqua trasforma la terra in un giardino fecondo di alberi e di frutti, ma lo può fare solo perché qualcuno si è dato da fare per canalizzarne il flusso permettendole di arrivare dovunque e dovunque lasciare il segno della sua benedizione. L’acqua è un bene prezioso, ma come potrebbe esserlo, se l’uomo non avesse imparato ad addomesticarla, distillando energia di vita dalla sua furia distruttrice?

Godere degli effetti benefici dell’acqua sarebbe impossibile, o quanto meno difficile, se l’uomo non mettesse in campo il suo ingegno e la fatica del suo lavoro. 

E questo, se ci pensate, è bellissimo. Siamo chiamati a realizzare quella cooperazione e quella interazione di forze che, secondo il progetto di Dio, dovrebbe costituire la via maestra per condurre a compimento la creazione. Mettere in campo ingegno e fatica non solo ci nobilita, ma ci rende attivi in quel lavoro di custodia del creato che è il nostro compito fin dall’inizio e solo ci permette di realizzarci ad immagine di Dio.

Il problema è che, a lungo andare, l’attenzione posta sul nostro ingegno e sulla fatica lavoro rischia di diventare predominante e rischia di farci perdere la dimensione originaria del dono. Così accade alla Samaritana. 

Per lei l’acqua non ha più l’incanto del dono. È piuttosto il risultato di un’azione umana: quella di chi ha costruito il pozzo e quella di chi, come lei, con fatica, va ad attingervi quotidianamente. A Gesù che le promette acqua viva, dice: sei tu più grande del nostro padre Giacobbe che ci ha donato questo pozzo? L’acqua, per quel che la riguarda, non viene da Dio, ma da Giacobbe; per lei al principio non ci sta Dio con il suo dono, ma Giacobbe con il suo lavoro.

Ci verrebbe da dire che le due cose, la dimensione del dono e quella che richiama l’opera dell’uomo, non sono di per sé incompatibili, possono andare insieme, anzi, devono andare insieme perché è questo che il Signore ci chiede: diventare responsabili della nostra storia custodendo con cura il dono che ci ha generati. 

Quel che, di fatto, però, accade è che queste due cose facciamo una gran fatica a tenerle insieme. E non è strano se tenete conto del significato che noi, il più delle volte, attribuiamo alla parola dono. Che cos’è per noi il dono? Per noi il dono è qualcosa che si riceve e che non implica nessuno sforzo, nessun dovere e nessun impegno. Non devi far nulla per averlo altrimenti che dono sarebbe…

Il dono è puro e semplice godimento che non ammette interferenza. Come può, infatti, essere un dono qualcosa che dobbiamo guadagnare con il sudore della nostra fronte? Come può essere un dono l’acqua, o qualsiasi altra cosa, se per averla dobbiamo fare fatica?

Non è difficile intravedere questo modo di intendere il dono anche tra le parole della donna samaritana. Quando Gesù le dice: se tu conoscessi il dono di Dio tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva, risponde: dammi di quest’acqua perché non abbia più sete e non abbia più a venire qui ad attingere acqua. Per lei il dono è disimpegno. È azzerare la fatica. È ricevere senza dare. È passività senza azione. E siccome nella vita non esistono esperienze così, non esistono per la samaritana e non esistono per noi, non esistono esperienze in cui si riceva e basta, senza che venga in alcun modo chiamata in causa la nostra responsabilità, l’idea che ci siamo fatti è che nel nostro mondo non ci sia spazio per il dono, che niente sia dono. Niente di più falso! 

Nella vostra vita, dice Gesù, fate continuamente esperienza del dono: tutto ciò che vi circonda e tutto ciò che siete è un dono che Dio elargisce a piene mani. Quel che vi manca è la capacità di riconoscere questo dono per poterlo accogliere edificando su di esso la vostra vita. Se conoscessi il dono di Dio, dice Gesù: il dono c’è ed è fonte inesauribile di vita, solo bisogna imparare a riconoscerlo.

E per farlo bisogna che cambi radicalmente il modo con cui lo pensiamo. Non è vero che è pura passività, non è vero che è disimpegno. Al contrario: è responsabilità, è impegno, è azione. Il dono non è dono perché ci sottrae dalle incombenze, è dono perché ci fa capire che c’è qualcuno che ci ama e si prende cura di noi. 

Un dono è dono perché espressione di amore. Ora, mi chiedo, esiste al mondo qualcosa che sia più impegnativo di un gesto di amore? Un gesto di amore chiede di essere preparato e accolto, vincola, esige una risposta, pretende l’adesione sincera della vita, reclama reciprocità. 

L’acqua che la samaritana riceverà in dono da Gesù non la solleverà affatto dal suo quotidiano compito di provvedere al proprio bene e al bene degli altri. Al contrario: la solleciterà a mettersi in gioco ancora di più . L’amore va corrisposto, non semplicemente goduto. E solo quando è corrisposto può diventare fonte di benedizione per tutti, sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna.