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Il maestro è qui …

Omelia del 21 marzo 2021 (Gv 11, 1-53)

Il maestro è qui … Chissà quante volte Maria, sua sorella Marta e Lazzaro avranno sentito gridare queste parole anticipando nel proprio cuore, con trepidazione infinita, la gioia per la visita dell’amico. La presenza di Gesù, a Betania, in casa di Lazzaro, ha, infatti, il sapore dell’amicizia. Quella che cela dentro la densità di gesti semplici la forza indistruttibile di legami veri e di affetti profondi.

“Il maestro è qui”, però, non è solo notizia di una prossimità che scalda il cuore. È anche notizia di una prossimità che schiude agli occhi il mistero della vita. In quella casa, Marta, Maria e Lazzaro hanno conosciuto la grazia di un ascolto sincero e profondo delle parole di Gesù ed esse hanno dato loro la luce di un nuovo sguardo e di una nuova speranza. Lo hanno interrogato, hanno riversato su di lui i loro dubbi e le loro incertezze, ed egli ha aperto loro gli occhi sul mistero di Dio, confermando la loro fede. In lui hanno cercato una risposta alle domande che spontaneamente nascono nel cuore di ogni uomo, domande sulla vita, sulla morte, sul bene, sul male, ed egli ha mostrato loro la via che conduce alla verità. 

La presenza di Gesù, a Betania, in casa di Lazzaro, ha, anche, il sapore dello stupore di fronte al fascino di una parola che trasuda sapienza e alla quale volentieri ci si sottomette.

E sono sicuro che, anche quel giorno, alle porte del dramma imminente, mentre la malattia consumava la vita di Lazzaro, Marta e Maria avrebbero voluto poter contare sull’amicizia e sulla sapienza di Gesù: “se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. Anche quel giorno, soprattutto quel giorno, avranno desiderato che qualcuno dicesse loro: “il maestro è qui … “ e avranno spiato furtivamente in direzione della porta della città, dove la strada che volge a Gerusalemme incontra il piccolo borgo di Betania, confidando in una sua comparsa improvvisa.                        

In loro la speranza che la forza divina custodita nella presenza di Gesù potesse restituire vita alle membra del loro fratello morente e confermare la loro debole fede. La presenza di Gesù, a Betania, in casa di Lazzaro, ha anche il sapore della fiducia incondizionata. Della fede in una parola che libera e guarisce perché custodisce in grembo la potenza creatrice di Dio …

E l’annuncio arriva finalmente: il maestro è qui … , ma quando arriva è troppo tardi! E quando arriva, tardi, non solo è inutile, ma ha il sapore della beffa. 

Un Dio che arriva troppo tardi tanto vale che non venga affatto… tanto ci costa in rimpianto e rabbia! Certo Gesù prima o poi arriva … Ma che ce ne facciamo della sua presenza se ormai non serve più a niente? Se non può darci ciò di cui abbiamo bisogno? Se la sua la sua parola equivale al silenzio e la sua presenza si veste di assenza, lasciando l’uomo in balia di un destino cui neanche Dio sembra potersi opporre.

Il dramma della fede che sconvolge l’uomo di oggi e di sempre ripiega sempre su questo punto: sul fatto che diciamo “Dio è con noi”, Dio è presente in mezzo noi, ma nessuno ferma la mano dei violenti, nessuno si oppone all’ingiustizia che corrode principi e valori …, nessuno contiene la prepotenza della natura che s’abbatte sul destino di uomini e popoli, nessuno contrasta l’inerzia di un mondo che sembra precipitare nel baratro. 

Almeno dicessimo Dio non c’è: sarebbe più facile imboccare la via della rassegnazione e di una solidale complicità, certi che tutto dipende da noi e niente possiamo sperare al di fuori di noi, nel bene e nel male.  Ma noi diciamo “Egli è qui” e allora la domanda si fa inevitabile: se è qui: dov’è? Perché non ne sentiamo gli effetti, perché non fa udire la sua voce, perché non entra nel gioco della storia? 

Provo ad azzardare l’ipotesi che la risposta a queste domande possa essere tutta in quel” ti chiama” che inseparabile si unisce all’annuncio della presenza di Gesù:” il maestro è qui e ti chiama”. Noi siamo soliti riferirci a Dio perché intervenga a risolvere i nostri problemi, perché provveda ad arginare le derive che il male prende dentro la storia degli uomini, Gesù qui ci sta dicendo che nulla possiamo pretendere da lui senza metterci in gioco anche noi in prima persona. E soprattutto, ci sta dicendo che ciò che egli è disposto a darci è molto di più di un semplice aiuto per evitare la morte, il suo è il dono di una relazione nella quale scorre inarrestabile la potenza di vita dell’agape di Dio. 

Il potere che si sprigiona dal chiamarci a sé di Gesù è più del “potere di non farci morire”, è il potere di far germinare la vita laddove regna la desolazione della morte, il potere di infrangere le barriere con cui la morte tiene l’uomo assoggettato a sé, il potere di portare speranza dove abita la disperazione. Un potere che Gesù vuole condividere con noi perché ne diventiamo portatori dovunque, nel nostro mondo.La sua assenza e il suo silenzio non devono spaventarci: non sono indizio di una sua sottomissione all’ineluttabilità della morte, ma lo spazio nel quale, attraverso di noi, si rende protagonista di un annuncio di resurrezione che rinnova il mondo.