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Ferite che parlano di vita …

Omelia del 11 aprile 2021 (Gv 20, 19-31)

Se dovessi dire che cos’è veramente centrale in questo racconto evangelico dovrei dire “le ferite di Gesù”.

È vero, questo è un racconto pasquale e quindi le ferite di Gesù sono l’ultima cosa che ci aspetteremmo, eppure queste ferite le troviamo ovunque. Le troviamo nella testa dei discepoli, nel loro cuore, nella loro mente.

Se essi sono chiusi in causa, impauriti, il motivo sono le ferite di Gesù. Si parla, infatti, di paura dei Giudei. E che cos’è questa paura se non la paura di dover patire quel destino di morte di cui quelle ferite sono simbolo? Le ferite di Gesù sono il segno concreto di ciò che potrebbe capitare ai discepoli se avessero l’imprudenza di uscire allo scoperto, il segno di una fatalità tragica che incombe su di loro e da cui bisogna che siano messi al riparo. 

Ma le ferite di Gesù, a rifletterci con attenzione, sono più di questo. Sono anche il segno di una verità terribile con cui i discepoli devono ormai misurarsi. È la verità che sta aprendo loro gli occhi sulla perfidia e la cattiveria di cui gli uomini sono capaci e, insieme, sulla loro vulnerabilità, sulla loro impotenza, sulla loro incapacità di tutelarsi di fronte all’arbitrio delle forze che si agitano intorno e dentro di loro. 

Un uomo può essere giusto, può predicare la pace e l’amore, può guarire e curare, può portare dietro di sé una scia di benedizione, ma basta un niente perché sia spazzato via.  La vita degli uomini è sempre in pericolo: questo dicono le ferite di Gesù. E non c’è niente che possa farci sentire al sicuro, se non le porte chiuse di una sospensione permanente dalla vita. L’evento della morte di Gesù ha colorato il mondo intero di tinte buie ed ostili, rendendo inaffidabile un luogo che fino a quel momento ai discepoli era sembrato casa ospitale … 

D’altra parte, un mondo che uccide così impunemente uno come Gesù può dirsi degno di essere abitato? Un mondo che non sa difendere i piccoli e gli innocenti dalla prepotenza dei malvagi, che. non solo non sa mettere un argine alla malvagità, ma la incoraggia, un mondo in cui l’uomo è continuamente sotto scacco e in pericolo di vita può essere considerato promettente e affidabile? 

Le ferite di Gesù permangono oltre la morte di Gesù. permangono a dirci che le atrocità e le violenze non sono scomparse, che il cuore dell’uomo è ancora cattivo e malvagio, che la vita degli uomini non è meno precaria di quanto lo fosse un tempo. E che la tentazione di chiudersi in sé stessi per la paura continua ad essere, anche per noi, come lo fu per i discepoli, la grande insidia da cui smarcarsi. 

Ma attenzione: le ferite di Gesù permangono anche per un altro motivo: se esse ci rammentano chi siamo e da dove veniamo, se ci ricordano che l’uomo è capace di cose cattive e che la morte continua a spadroneggiare sulla vita degli uomini, esse ci dicono anche che quella morte, che tiene gli uomini prigionieri, può essere vinta, che l’uomo, per quanto capace di azioni terribili, può essere redento, e che la paura che ci tiene in pugno e ci impedisce di vivere può essere dissolta.

Perciò, quelle ferite, l’apostolo Tommaso le reclama. 

Le ferite di Gesù sono ferite da toccare, perché ci parlano di come si può vivere la morte e il dolore facendone una sorgente di vita. 

Quelle ferite ci parlano dell’amore incondizionato di Gesù e della sua potenza inaudita di quell’amore: capace di generare vita, capace di scardinare il meccanismo dell’odio e della ritorsione, capace restituire al mondo la sua dignità di grembo ospitale, perché quando l’amore si mette in mezzo e accetta di accogliere su di sé i colpi dell’odio tutti possono sentirsi al riparo.

Occorre entrare in contatto con queste ferite perché sono sorgente di grazia, perché rappresentano la possibilità di vivere in modo nuovo il dolore e di dare un senso e una speranza alla vulnerabilità dalla quale non possiamo proteggerci.

Tommaso ha visto e toccato le ferite di Gesù! 

Signore renda anche noi capaci di vedere e toccare le sue ferite, perché possiamo imparare a vivere in modo nuovo la fragilità, la debolezza e la morte stessa, riempiendole di un amore che apre alla vita. 

Insegnaci, Signore, a capire che toccare le ferite è la nostra vocazione. E che queste ferite le possiamo toccare oggi in quel tuo corpo vivente che sono i nostri fratelli e le nostre sorelle. È nei loro corpi, feriti e segnati dal male, che noi oggi possiamo entrare in contatto con le tue ferite e sperimentare, oggi come allora, la potenza di vita che la tua resurrezione ha irradiato e continua ad irradiare nel mondo.