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Oggi è pasqua!

Omelia del 4 aprile 2021 (Gv 20, 11-18)

Oggi è Pasqua! Questo è l’annuncio, festoso, che oggi, in questa prima domenica di aprile, risuona nelle chiese di tutto il mondo. Anche noi l’abbiamo sentito risuonare quest’oggi nella nostra Chiesa: l’abbiamo sentito risuonare nelle preghiere del sacerdote, nella parola del vangelo, nella melodia dei canti. 

Oggi è Pasqua! 

E quando l’abbiamo sentito risuonare la percezione che tutti abbiamo avuto è che questo evento non riguardasse il nostro passato, ma il nostro presente. Oggi è Pasqua ed è Pasqua per noi. 

Che cosa vuol dire?

Che celebrare la Pasqua non significa rievocare nostalgicamente un avvenimento che appartiene alla storia passata e che si colloca lontano da noi, nel tempo e nello spazio; celebrare la Pasqua significa affermare che ciò che accadde allora accade anche adesso, che quegli eventi noi li possiamo, non solo ricordare, ma anche rivivere nell’oggi della nostra vita con la stessa trepidazione e la stessa emozione che fu dei discepoli di Gesù. 

Celebrare la Pasqua significa credere che quell’evento straordinario che, duemila anni fa, diede un impulso così decisivo all’azione missionaria dei discepoli, rendendoli protagonisti di un nuovo inizio, possa dare una svolta anche alle nostre vite rendendo anche noi artefici di un’alba nuova per questo nostro mondo.

La pasqua che oggi celebriamo non è solo la Pasqua di Gesù, è la Pasqua di Gesù e insieme la nostra Pasqua. Senza questa precisazione, ciò che oggi stiamo celebrando non avrebbe senso. E tuttavia è proprio a seguito di questa precisazione che incominciano i problemi.

Se Pasqua è, infatti, celebrazione del trionfo della vita sulla morte, nel contesto della vita di Gesù ci sta benissimo, perché Gesù è davvero risorto da morti, ma che cosa vorrebbe dire nel contesto delle nostre vite?

Dov’è il trionfo della vita sulla morte nel nostro mondo falcidiato dalla malattia, dalla pandemia, dall’odio e dalla guerra sempre più assetata di sangue? Come possiamo dire “oggi è Pasqua” se le nostre vite rimangono irreversibilmente assoggettata ad un destino di morte?

Pasqua è l’inizio di qualcosa di nuovo, diciamo, e anche questo ha senso nella vita di Gesù: la sua resurrezione dà ai discepoli nuovo coraggio e nuova speranza, e li rende protagonisti di un’azione missionaria così irresistibile da arrivare sino ai confini del mondo.

Ora pensate a noi e alle nostre vite sempre uguali, senza sussulti, senza scosse, senza cambiamenti. Quante Pasque abbiamo vissuto e celebrato nella nostra vita, ma quante di queste hanno scalfito o anche solo lasciato in noi una traccia di novità nell’andamento lento delle nostre esistenze quotidiane? Quante di queste hanno aperto davanti a noi vie diverse da quelle già contemplate dall’inerzia dei nostri passi già programmati? Ditemi: a che diritto possiamo parlare della Pasqua come della nostra Pasqua?

Pasqua è l’albeggiare del nuovo giorno che mette fine alla notte, è uno squarcio di luce che dirada il buio della notte e del cuore. E accadde proprio così nella Pasqua di Gesù. Gli occhi dei discepoli si aprirono, riconobbero Gesù e da quel momento capirono quale direzione dare alla loro vita.  Noi invece, dobbiamo dirlo, di chiarezze ne abbiamo ben poche, i nostri passi sono incerti e le nostre idee confuse. Facciamo fatica persino a riconoscere Gesù, nonostante la cultura cristiana nella quale diciamo di essere stati immersi…

Dunque a che titolo possiamo dire che oggi per noi è Pasqua! Come possiamo dirlo senza falsità?

Se ci fosse anche per noi l’inizio di qualcosa di nuovo, se la luce del risorto riuscisse a davvero a fugare le nostre tenebre, allora sì potremmo dire che questa è anche la nostra Pasqua, ma non è così e quindi non ci rimane altro che accontentarci di fare memoria della Pasqua di Gesù perché lì sì ci fu una vittoria della vita sulla morte, lì sì ci fu uno squarcio di luce nelle tenebre della notte, lì sì ci fu un cambio di passo nella storia dell’umanità.

È vero: ci furono tutte queste cose, ma non nel modo in cui le pensiamo noi.  Questo almeno è quello che ci dicono i vangeli. 

Abbiamo detto che ci fu vittoria della vita morte sulla morte, ma i vangeli ci dicono che nessuno vide Gesù risorgere dalla morte. Ci fu chi vide le bende, chi vide il sudario, ma nessuno vide Gesù uscire vittorioso dal sepolcro. Ci fu la luce a rischiarare le tenebre, ma i vangeli ci dicono che gli occhi dei discepoli rimasero a lungo chiusi nell’oscurità, incapaci di vedere e riconoscere Gesù.

Diciamo che ci fu un’esplosione di gioia che sciolse l’amarezza provata davanti alla croce, ma ciò che i vangeli ritraggono, parlando dell’esperienza del sepolcro vuoto, è sconcerto e paura. Si dice che qualcosa cambiò nelle vite dei discepoli di Gesù ma, intanto, i vangeli ce li descrivono chiusi a chiave nel loro cenacolo, scoraggiati e dubbiosi, senza convinzioni e senza passione.

La Pasqua, anche per loro, non fu una folgorazione, fu piuttosto l’acquisizione lenta e graduale di un modo nuovo di guardare il mondo e la vita; la percezione silenziosa di una presenza che innerva la vita colorandola di sfumature mai viste; la presa di coscienza, giorno dopo giorno, dell’incredibile potenza di vita che scaturisce dall’esperienza dell’amore.

Per i discepoli di Gesù Pasqua fu l’inizio di un cammino da compiersi prima di tutto nell’intimità del cuore. 

È dentro di noi che deve incominciare qualcosa di nuovo, che deve essere gettato il germe di una nuova vita: se questo succederà allora ci sarà una buona possibilità che qualcosa di nuovo nasca anche fuori di noi.

Ora torneremo alle nostre case, alle nostre vite di sempre e nulla sarà cambiato: ritroveremo le stesse persone, sentiremo che intorno a noi sono accadute le stesse cose che sono accadute ieri, dovremo fare i conti con le solite preoccupazioni, ci troveremo immersi negli stessi conflitti, ma questo non deve preoccuparci. 

Se lasceremo che dentro di noi si insinui la convinzione che l’amore è potenza di Dio ed è più forte della morte, il mondo, di sicuro, cambierà. 

E sarà Pasqua anche per noi…