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Pensieri

Note dissonanti, unica armonia

Omelia del 2 maggio 2021 (Gv 17, 1b-11)

Non finiremo mai di stupirci di fronte alla capacità che Gesù ha di creare armonie avvalendosi di elementi di per sé dissonanti.

Prendete la pagina del vangelo di Giovanni: Gesù alza gli occhi al cielo e verrebbe da pensare che egli si stia rivolgendo a Dio, che egli sia immerso nel pensiero di Dio, totalmente estraniato da ciò che lo circonda, e, invece, ascoltando le sue parole, avvertiamo che il suo pensiero è rivolto ai discepoli. Nelle parole della sua preghiera c’è l’eredità che egli intende lasciare ai suoi discepoli perché rimangano nel suo amore e abbiano la vita.

Ancora: il contesto in cui Gesù pronuncia queste parole è quello dell’”ultima cena”: da lì a qualche ora egli sarebbe stato arrestato, processato, fustigato e crocifisso. E Gesù ne è consapevole: sono le sue stesse parole ad attestarlo. “È giunta l’ora”, dice, e noi sappiamo di quale ora sta parlando: l’ora è quella dell’innalzamento sulla croce, quella nella quale egli sarebbe passato da questo mondo al Padre, quella in cui gli sarebbe stato chiesto di dare la propria vita, come fa il buon pastore quando le pecore sono in pericolo.

Tutto sembra innervarsi del clima cupo di una tragedia che appare ormai imminente, eppure, nonostante questo, nessuno spazio è concesso alla paura, alla tristezza, alla recriminazione o al risentimento. Al contrario: Gesù parla di glorificazione.

Per lui l’ora della morte è l’ora della gloria. Ma come è possibile?

Come possono stare insieme la morte infamante della croce con la gloria che lascia risplendere la potenza di Dio? Come possono comporsi in armonia lo sprofondamento abissale della morte di Gesù con l’innalzamento maestoso di chi è glorificato da Dio? Come possono stare insieme tristezza e gioia, umiliazione ed esaltazione, fallimento e vittoria?

Forse Gesù è ingenuo e non ha la percezione reale di ciò che sta per accadere, o forse ha ancora la speranza che la situazione possa evolversi in maniera differente da ciò che era lecito prevedere, o forse gli accade quel che accade anche a noi quando ci troviamo ad affrontare una situazione terribile: per evitare di essere schiacciati dal peso dell’angoscia mettiamo in atto il meccanismo della rimozione. Facciamo come se il problema non ci fosse, come se il dramma non fosse così irreversibile; mistifichiamo la realtà per non doverne assaporare l’insostenibile amarezza.

Tutto questo non s’addice, però, a Gesù. In lui non c’è traccia nè di rimozione né di mistificazione. Gesù non si è mai sottratto alla durezza della vita, all’umiliazione dell’insuccesso, alla frustrazione per una missione rivelatasi in molti casi impegnativa e impopolare. E soprattutto, Gesù, ha sempre avuto consapevolezza del fatto che il compimento della sua missione dovesse essere la croce.

Dunque, se dobbiamo cercare una risposta alla domanda: come stanno insieme la morte e la gloria, la risposta non va cercata né nella presunta ingenuità di Gesù, né nel tentativo, umanamente comprensibile, di evitare l’impatto con un destino troppo tragico per essere affrontato in modo diretto. La risposta va cercata piuttosto in un diverso modo di intendere la parola “gloria”.

Che cos’è per noi la gloria? La gloria è ciò che gli altri dicono di noi a fronte delle nostre azioni virtuose, è il modo con cui gli altri celebrano le nostre imprese e la nostra virtù, è l’ammirazione entusiastica che ci riservano quando vogliono premiare il nostro eroismo e la nostra bontà. Potremmo dire così: la gloria è la forza di attrazione che le nostre opere buone esercitano sugli altri procurandoci approvazione e notorietà.

Non così per Gesù. Egli non vuole essere esaltato per le opere che compie, perché le opere che compie non dicono di lui, ma del Padre che lo ha mandato e al quale è consegnato in totale obbedienza. 

È la gloria del Padre quella che Gesù cerca, non la sua: quel che Gesù desidera è che chi lo incontra e vede le sue opere non ponga gli occhi su di lui, ma sul Padre, perché tutto ciò che egli compie ha come unica finalità quella di rivelare e far conoscere il Padre. Per Gesù la gloria è la totale trasparenza delle opere che compie, perché chi vede lui veda il Padre…

Ora, mi chiedo: esiste un’opera che più e meglio della croce lasci trasparire l’intima essenza di Dio? L’ora della croce è l’ora in cui Dio rivela la pienezza del suo volto, per questo Gesù vi vede il compimento della gloria. L’ora della croce è l’ora in cui Dio manifesta la potenza del suo amore che opera la salvezza del mondo, la sua volontà di alleanza con l’umanità, la fecondità del suo respiro che fa germogliare la vita, per questo Gesù vi vede la glorificazione di Dio.

Gloria e croce non sono note dissonanti per Gesù, come non lo sono per chiunque abbia potuto conoscere e sperimentare la potenza dell’amore di Dio…