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La danza di Davide e la croce di Gesù

Omelia del 25 luglio 2021 (Mc 8, 34-38)

Ad un primo sguardo, dobbiamo riconoscerlo, la danza di Davide intorno all’arca e la croce di Gesù sembrano non avere proprio nulla in comune! Al contrario, sembrano interpretare due modi differenti e opposti di stare davanti a Dio.

Da una parte ci sono i passi del danzatore: movenze leggere che evocano l’esperienza di una religiosità effervescente e gioiosa. Dall’altra i passi del condannato che evocano, invece, lo scenario lugubre di una religiosità sofferente improntata volontaristicamente al sacrificio. Da una parte percepiamo l’energia incontenibile di una fede libera e vitale che vive di spontaneità e di immediatezza, dall’altra la contrazione di una spiritualità che si costruisce sul rinnegamento di sé e sulla sottomissione obbediente alla volontà di qualcun altro.

Due modi diversi e inconciliabili di stare davanti a Dio e davanti a se stessi: questo suggerisce lo sguardo iniziale. Poi, però gli occhi si fanno più attenti e comincia a farsi strada la sensazione che tra la croce di Gesù e la danza di Davide la distanza sia minore di quanto in verità si sospettasse. La sensazione, anzi, è che tra queste due rappresentazioni così diverse dell’esperienza religiosa ci sia, a discapito di ciò che appare, qualcosa di comune: una radice, una matrice comune che le imparenta l’una all’altra, facendole espressione di quell’unica sapienza divina che Paolo vorrebbe diventasse la prerogativa di tutti i cristiani. 

Ora la domanda è: che cosa c’è in comune tra la danza di Davide intorno all’arca e il mistero della croce di Gesù? Come può la messa in scena di Davide essere riconosciuta come espressione di quella sapienza della croce che marca radicalmente la distanza tra la sapienza di Dio e la sapienza di questo mondo? E ancora: in che modo la croce di Gesù può accreditare il gesto di Davide come testimonianza di fede autentica?

Il primo elemento di consonanza tra le danza di Davide e la croce di Gesù sta nell’esperienza di espropriazione. Nell’antichità la danza rituale aveva una grande importanza: era la rappresentazione fisica e psichica degli effetti di una sorta di transfert che si creava tra il credente e la divinità. Sopraffatto dalla divinità il credente si sentiva animato da un’irrefrenabile energia capace di muovergli gambe e braccia al ritmo di una musica sconosciuta e incontrollata. Perché ci sia la danza, rituale o no, poco importa, il danzatore deve rinunciare ad avere il controllo su di sé, deve affidare i movimenti del proprio corpo alla musica, deve diventare un tutt’uno con la musica lasciando che sia essa a dettare i tempi e a dare forma ai movimenti.

Ma non è esattamente quel che accade a Gesù nel suo cammino verso la croce? La croce non è forse il gesto con il quale Gesù rinuncia a voler disporre di sé per sé stesso e si rimette totalmente nelle mani del Padre perché si compia la sua volontà di amore e di alleanza? La croce di Gesù non è forse il segno del muoversi di Gesù in piena consonanza con la musica dello Spirito che lo conduce al dono incondizionato della propria vita?. Lasciarsi animare dall’imprevedibile vento dello Spirito, quello di cui non si conosce né di dove viene né dove va, lasciarsi permeare dalla sua irresistibile energia e in essa assaporare il gusto della vera libertà oltre i protocolli, le convenzioni, le formalità, questo significa per Davide danzare ai piedi dell’arca, questo significa per Gesù consegnarsi alla croce, e questo significa per ciascuno di noi prendere la croce, secondo le parole di Gesù, rinnegare noi stessi e seguirlo …

La danza non è, però, solo espropriazione da sé, è anche il dar voce ad un’emozione capace di far vibrare tutto il corpo in perfetta armonia. Nel culto israelita la danza era il modo di materializzare nei movimenti del corpo la profondità e la bellezza delle infinite tonalità del sentire della fede: la gioia, l’eccitazione, l’afflizione, la supplica. 

La fede, infatti, non è solo un atto dell’intelletto, o un esercizio di comprensione: è una dimensione che coinvolge la mente, il corpo, le emozioni. Davide danzando di fronte all’arca di Dio mostra come una relazione con Dio per essere vera non può non mettere in gioco insieme, in una sorta di consonanza misteriosa, il corpo, la vita, il cuore. 

Ma questo non è anche quello che vive Gesù: la sua croce non ha forse l’intensità di una consegna al Padre nella quale egli è coinvolto nella totalità di se stesso, carne e sangue, così che l’uomo abbia la pienezza della vita?

La danza di Davide è, poi, simbolo della leggerezza con cui si esprime l’amore quando è autentico, quando non fa calcoli, quando è gratuito e disinteressato. Davide è irresistibilmente attratto da Dio e lo è fino al punto di arrivare ad a appartenergli totalmente: non c’è nulla che valga di più ai suoi occhi.

Dovremmo ricordarcene quando assoggettiamo i nostri sentimenti e i nostri affetti, anche quelli che riguardano Dio, alla valutazione della convenienza, al calcolo dell’utilità, alla stima effetti collaterali, all’apprezzamento opinione pubblica. Gesù, al contrario di noi, non fa calcoli, come Davide, ama incondizionatamente, il suo amore è pura gratuità: di questo parla la sua croce e da qui scaturisce quella sapienza inedita e folle che dovrebbe distinguere coloro che accettano di essere suoi discepoli.