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Pensieri

Un tempio nel quale Dio abiti…

Omelia del 1 agosto 2021 (Mt 21, 12-16)

È pacifico per noi che ci siano luoghi deputati ad ospitare la presenza di Dio. Ebbene, tra questi luoghi sacri il tempio è certamente quello di maggior rilievo. 

Quando, infatti, pensiamo al tempio pensiamo ad un luogo in cui la divinità si rende presente, si rende accessibile nella sua inesplorata trascendenza, ai fa interlocutrice di un’umanità misera e bisognosa che accorre per implorare benedizione e aiuto. 

Così pensò Salomone quando decise di edificare un tempio a Gerusalemme: ed ebbe tutte le ragioni del mondo perché il tempio che egli costruì, fu davvero, per secoli, la casa del Dio di Israele, lo spazio sacro dell’incontro tra Dio e il suo popolo, il riverbero in terra dello splendore e della gloria con la quale Dio si rende manifesto al mondo.

W così, nell’immaginario religioso comune dei figli di Israele, tempio e divinità arrivarono ben presto a identificarsi: dire l’uno era dire l’altro, dire “tempio” significava dire “Dio” e viceversa.

Ecco, è proprio su questa identificazione, funzionale, ma anche un po’ ingenua, che le pagine della scrittura quest’oggi richiamano la nostra attenzione e ci mettono in guardia.

Il motivo è semplice: non esiste luogo o edificio, per quanto splendido o incantevole esso sia, che possa vantare la pretesa di essere associato in mondo automatico e diretto alla presenza di Dio. 

Salomone desidera edificare il tempio di Gerusalemme perché diventi la dimora di Dio, ma perché esso sia davvero il luogo della dimora dell’Eterno non basta che egli lo costruisca, non basta che egli lo rivesta di splendore e lo orni di perle preziose, non basta nemmeno che egli vi introduca l’arca dell’alleanza. 

Il tempio di Israele, dice il Libro dei Re, diventa dimora di Dio solo nel momento in cui Dio decide di entrarvi, e di riempirlo con la potenza del suo spirito: attraverso quella stessa nube oscura, inafferrabile e misteriosa, che già accompagnò il cammino di Israele nel cammino del deserto.

Ci sarebbe molto da dire su questa nube oscura. 

Perché una nube, anzitutto? Per il bisogno di controbilanciare l’idea di stabilità e staticità che inevitabilmente ci viene di associare alla costruzione del tempio? Il tempio è statico, immobile, Dio invece è dinamismo, è libertà, è inafferrabilità. Qualcosa che somiglia tanto allo Spirito, così come ce l’ha descritto Gesù: un vento che ti soffia attorno e di cui non riesci a capire né l’origine né la destinazione. 

E perché, poi, una nube oscura? Forse perché l’oscurità riesce a dare un’idea dell’impenetrabilità del mistero di Dio: un mistero che per quanto si renda accessibile rimane oscuro. Dio si rende vicino e il tempio è il luogo sensibile del suo farsi vicino, ma, per quanto vicino, egli continua a rimanere il trascendente, l’indisponibile, l’assolutamente altro rispetto a qualsiasi nostro tentativo di impossessarci di lui.

In ogni caso, la presenza di questa nube oscura ad invadere il santuario ha il compito di rammentarci come ogni identificazione tra Dio e qualsiasi altra realtà di questo mondo sia fuorviante e pericolosa. 

E questo va ribadito contro tutti coloro che hanno la presunzione di credere di aver trovato una volta per tutte e in maniera definitiva il luogo di accesso al mistero di Dio se non, addirittura, di essere loro stessi, in forza del ruolo che svolgono, o della loro appartenenza, o della loro competenza, il luogo in cui Dio si rende disponibile.

Il tempio di Gerusalemme non è il luogo della presenza di Dio, diventa il luogo della presenza di Dio nel momento in cui Dio acconsente ad abitarvi. Allo stesso modo, le nostre Chiese non sono il luogo della presenza, lo diventano nella misura in cui Dio acconsente a farne la sua dimora e nella misura in cui esse acconsentono a che lo Spirito di Dio le riempia della sua verità e della sua vitalità, quello spirito che, come la nube oscura del tempio, è potenza inafferrabile e imprevedibile di Dio che agisce nella storia degli uomini.

Persino quella Chiesa che non è fatta di muri, ma di persone e di cui ci parla san Paolo nella sua lettera ai Corinzi, non può vantare di essere in automatico luogo di accesso al divino, anche se composta di uomini credenti e osservanti, lo può diventare certo, ma per diventarlo deve lasciarsi abitare dallo Spirito.

La questione a questo punto è: che cosa vuol dire acconsentire ad essere abitata dallo spirito? Quando un tempio, una chiesa, una comunità cristiana sono davvero luogo della presenza di Dio? A che condizioni diventano “case di preghiera”, spazi autentici di incontro con il mistero inaccessibile di Dio, e non, per dirla con Gesù, “spelonche di ladri”?

Lo dico con un versetto del vangelo stesso che ad un primo sguardo sembra senza grande importanza, un inserto narrativo di poco conto, e che, però, nella trama teologica del testo svolge un ruolo fondamentale. Il versetto suona così: “Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì”.

che cosa vuol dire? Che il tempio, la chiesa, la comunità possono dirsi realmente luoghi della presenza di Dio, luoghi abitati dallo spirito, solo se sono in grado di avvicinare gli ultimi e i derelitti della terra, solo se appaiono come luoghi di inclusione e di comunione e non luoghi di divisione e discriminazione. Naturalmente la discriminazione di cui parlo è quella vera, quella seria, quella che avvilisce le persone, non quella di cui si parla tanto in questi giorni che appare più come un ozioso esercizio dialettico utile solo a fare polemica sterile.

Ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa è di sottrarsi alla logica dello scarto che privilegia coloro che sono ritenuti idonei a discapito di coloro che non lo sono; ciò che le chiede è di fare propria la logica della solidarietà dove chiunque, anche il più inutile degli esseri umani, è accolto come figlio amato.

E poi il secondo elemento.

Un tempio, una chiesa, una comunità cristiana diventano luoghi della presenza di Dio, luoghi di incontro con il divino, se chi vi si accosta viene guarito: guarito dalle ferite del corpo, ma anche dalle ferite dell’anima, guarito in umanità, restituito alla vita e a sé stesso. 

Perché, capite, è questo quello che fa Dio, è questo il segno evidente del suo passaggio consegnatoci dalla storia di Gesù: Dio è colui che guarisce, è colui che dona la vita, è colui che riabilita, colui che si prende cura. 

Non mancate, dunque di addestrare la vostra mano a guarire e benedire, questo dice ci chiede oggi il vangelo, e non dimenticatevi della giustizia che va resa agli poveri e agli ultimi, allora e solo allora la vostra casa sarà la dimora di Dio.