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Contagiati dall’amore

Omelia del 3 ottobre 2021 (Lc 10, 25-37)

Quando si racconta una storia ci sono sempre degli attori principali e delle comparse, personaggi che hanno una parte consistente e svolgono una funzione chiave all’interno del racconto e personaggi minori che stanno sullo sfondo e scompaiono nell’intreccio della narrazione. 

Tra le figure di primo piano della parabola c’è ovviamente, il samaritano e, forse, anche se in modo meno evidente, il sacerdote e il levita. 

Tra le figure di secondo piano, invece, c’è certamente quella dell’albergatore. 

Nessuno può negare che la figura dell’albergatore sia secondaria, tuttavia, questo non significa che questa figura non abbia nulla da dire e che il suo personaggio non sia, a suo modo, istruttivo. 

Oggi, per una volta, vorrei dare anche a lui la possibilità di essere protagonista e, pertanto mi propongo di rileggere la parabola del buon samaritano non dal punto di vista del suo protagonista principale, come si fa di solito, ma dal punto di vista dell’albergatore.

Chi è l’albergatore? Che cosa si può dire di lui? 

Poco sembrerebbe… dal momento che il racconto non ci offre che pochi generici indizi. Poco, ma quanto basta per tracciare un profilo utile del personaggio.

Nell’antichità ellenistico-romana si distinguevano due specie di alberghi, che venivano differenziati sul piano della terminologia: da un lato c’erano gli alberghi non commerciali (katalymata), che erano quelli in cui si praticava il dovere sacro dell’ospitalità; dall’altro lato c’erano gli alberghi commerciali (pandochèion), che godevano generalmente di una cattiva fama , perché in questi alberghi gli ospiti pagavano la loro permanenza e questo era considerato indegno. Prendere soldi da un ospite era considerato vergognoso. 

Quando, dunque, l’evangelista nomina l’albergo della parabola con il nome di “pandocheion”, e ci dice che l’albergatore di cui qui si sta parlando è della specie di quelli che aprono ostelli di tal fatta, non sta offrendo un’informazione di poca importanza: ci dice che qui siamo alle prese con un uomo che fa del guadagno l’unica ragione della sua vita e che non si fa scrupoli ad approfittare del bisogno e dell’emergenza per incrementare le proprie ricchezze.

Quest’uomo tutto ciò che fa lo fa per ottenerne un vantaggio e per il proprio vantaggio è disposto anche a calpestare la sacralità di valori riconosciuti quali l’ospitalità. Non si tratta di uno abituato a fare le cose gratuitamente, ma di uno che concepisce le relazioni, anche quelle fraterne o amicali, come contratti commerciali dove la prestazione è sempre subordinata alla possibilità di un ricavo equivalente. Nel suo mondo, nel suo albergo, tutto è calcolato, non c’è spazio per la minima perdita. 

Ebbene, cosa ci fa uno così nel ruolo dell’albergatore buono che si dà da fare ad accogliere un malcapitato e se ne prende cura? Eppure, è esattamente questo ciò che accade. 

Certo, direte, lo fa perché il samaritano gli lascia due denari, non per generosità o per amore del prossimo. 

È vero, ma se siete attenti al testo della parabola, non potrete fare a meno di notare che il compenso che gli viene lasciato, due denari, l’equivalente due giornate di lavoro, è troppo poco per giustificare ciò che gli è chiesto.

Due denari potrebbero bastare, forse, se gli fosse chiesto di bloccare una stanza per due giorni e di ospitarvi l’uomo in via di guarigione, ma non è questo ciò che gli viene chiesto: gli viene chiesto di “prendersi cura di lui” e Il “prendersi cura” non è cosa che possa essere risarcita: non si compra l’amore! 

Soprattutto se questo amore, se questo prendersi cura che gli è richiesto è descritto dal verbo “splanchnizomai “ che è il verbo tecnico con cui la tradizione biblica rappresenta l’amore viscerale e materno che il Dio d’Israele nutre per il suo popolo e che lo stesso Nuovo testamento utilizza per descrivere la compassione misericordiosa che Gesù prova nei confronti delle folle e in particolare nei confronti degli ultimi e degli indifesi. 

Ora, come è potuto accadere che un uomo che avido di soldi e disposto a sacrificare ogni cosa al profitto sia diventato così buono?

L’incontro con il samaritano lo ha cambiato. Lo stile di prossimità e di amore disinteressato messo in campo dal suo improbabile ospite lo ha contagiato fino a spingerlo ad operare su di sé una torsione inattesa: da una visione solo opportunistica della vita ad uno stile di relazione che riesce a concepire la gratuità e a mettere in conto la perdita.

Nessuna lezione sulla carità, nessun percorso formativo, nessuna paternale filosofica sull’importanza dell’essere solidali. È stato sufficiente osservare il comportamento del samaritano. Vederlo operare, vederlo prendersi cura di uno sconosciuto gli ha fatto capire che si può vivere anche in un altro modo, che c’è qualcosa di più importante dei soldi e del guadagno, che ci sono dei valori per salvaguardare i quali si può anche perdere qualcosa e che, a volte, perdere può anche essere considerato un guadagno. 

Capite che cosa potrebbe succedere se noi fossimo come il samaritano? Come potrebbe diventare il mondo se il nostro amore fosse contagioso come quello del samaritano? Se la Chiesa più che preoccupata di sanare le ferite e risolvere tutti i problemi che affliggono il mondo fosse capace di contagiare il mondo con il proprio amore, mostrando che la vita può essere diversa da come normalmente la si vive? Non è questo ciò che Gesù chiede quando chiede di essere annunciatori del regno?

E visto che, nella parabola, non vi sarà sfuggito, i canali attraverso cui passa la potenza contagiosa dell’amore, non sono i leviti o i sacerdoti, ma due reietti della società, un samaritano che ai quei tempi veniva considerato un eretico e un albergatore che veniva considerato un affarista e poco di buono, cosa ne dite se tra le aspirazioni ci mettessimo anche quella di una Chiesa capace di riconoscere che c’è del buono anche negli altri, che l’amore non è una sua prerogativa ontologica e che qualche volta oltre che di dare le è chiesto anche di ricevere?