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La nuova Gerusalemme …

Omelia del 17 ottobre 2021 (Gv 10, 22-30)

La liturgia di oggi, ci invita ad alzare lo sguardo e a contemplare l’immagine della Città santa, della Gerusalemme celeste che, come sposa adorna per il suo sposo, scende dal cielo rivestita della gloria di Dio e splendente di luce.

Ed è suggestivo che questo invito ci venga fatto proprio nel giorno della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, come a stabilire un legame segreto, invisibile tra queste due realtà: la Gerusalemme celeste e la Chiesa.

Certo si tratta di un’associazione ardita. Perché è ardito pensare di trovare dei punti di contatto tra la Gerusalemme celeste e la Chiesa. 

Benintesi, non perché la Chiesa di oggi sia particolarmente disastrata, non lo è più di quanto lo fosse in altre epoche della storia, ma perché l’immagine propiziata dall’Apocalisse è un’immagine ideale, un’immagine che ci porta fuori dal tempo, l’immagine di qualcosa che “non esiste”. Nessuna realtà terrena può ambire a identificarla. 

Eppure, c’è qualcosa nella suggestione di questa Gerusalemme celeste che deve farci pensare alla Chiesa, a come la Chiesa dovrebbe essere. Ci sono dei tratti nella descrizione di questa città santa che dovremmo poter ritrovare anche nella Chiesa che a fatica stiamo costruendo. Quali sono questi tratti? 

Il primo tratto sono le porte aperte.

Il testo di Apocalisse dice che le porte della città non si chiuderanno mai perché sarà scomparsa la notte. Le porte sempre aperte in una storia che non conosce le tenebre della notte indicano che l’attrattiva esercitata dalla luce dell’Agnello incoraggia il cammino delle nazioni. 

Tutti i popoli, tutti gli uomini, riconosceranno in Gerusalemme un punto di riferimento verso cui orientarsi, una città dove è desiderabile abitare, un luogo dove tutti potranno essere accolti senza preclusioni e senza discriminazioni.

Ora mi chiedo: che cosa dovremmo fare noi, che cosa dovrebbero fare le nostre comunità per diventare un riferimento per tutti? 

Siamo amareggiati perché la gente non viene, ma non è che la gente non viene perché le nostre porte sono chiuse, perché il luogo che offriamo non è né accogliente, né ospitale?

Ci lamentiamo di non avere più attrattiva, o per lo meno di non averla come l’avevamo un tempo, di non essere più capaci di raccogliere consensi e approvazione, ma non è che il motivo sta nel fatto che abbiamo investito tutto nel cercare di apparire ciò che non siamo. 

Quando una chiesa è attrattiva? Quando sa vendere bene se stessa, facendo proprie le astuzie del marketing? Quando è ossessionata dal bisogno di visibilità? Oppure quando, nel nascondimento di una vita senza artifici, riesce ad essere significativa perché capace di offrire una parola di consolazione, un sostegno nella prova, uno spazio di ascolto sincero e una speranza così incrollabile da vincere le paure più radicate?

Il secondo tratto sono le pietre preziose. 

Ogni specie di pietre preziose adorna i basamenti delle mura della città, dice l’Apocalisse, rendendola agli occhi di tutti un capolavoro di bellezza. 

Il testo insiste nell’elencare ad una ad una queste pietre quasi desiderando indugiare sul fatto che la bellezza che promana dalla città non è pura apparenza, non è artificio estetico, ma espressione di una ricchezza effettiva. Ora la domanda è: che cosa rende bella la città? Le pietre preziose? No, dice il testo, la presenza di Dio: Egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. 

Tutto quanto la visione rivela di bello, consolante, rassicurante trova nella presenza di Dio e dell’Agnello il suo principio. Non si tratta di impresa umana, non di efficienza organizzativa, non di un esercizio di potere, non di un regolamento né di una disciplina, non di una tradizione. La città è bella perché Dio abita in essa: “vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello”. 

Ma non dovrebbero essere così anche le nostre chiese? Luoghi di una bellezza che non viene dallo splendore delle architetture, ma dalla presenza di Dio? Non dovrebbero le nostre chiese essere luoghi in cui è palpabile la presenza di Dio, luoghi in cui il vento dello Spirito soffiando incessantemente, genera sempre nuova vitalità? 

C’è un ultimo tratto: è il convegno dei popoli. 

La Gerusalemme celeste è la destinazione del pellegrinaggio delle genti: tutti convergono in essa per vivere come un unico popolo intorno all’unico Dio. E così la comunione con Dio diviene comunione tra le persone. 

È il tema della sinodalità, del camminare insieme. 

Quel camminare insieme che il Papa profila come l’orizzonte necessario verso cui la Chiesa tutta deve tendere se vuole vincere l’inerzia che l’immobilizza e desidera attivare processi di autentica conversione. 

“Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”, così afferma Papa Francesco nel suo discorso introduttivo al grande sinodo universale che proprio oggi inizia il suo corso.

La vita cristiana non è percorso solitario, non è un’iniziativa personale, ma un convergere insieme nella città, dove ciascuno è chiamato a condividere il proprio dono mettendolo al servizio di tutti e tutti sono chiamati.

L’edificazione della città è l’opera di Dio che convoca tutti e accoglie ciascuno per un cammino comune. 

La domanda è: saremo capaci di camminare insieme? Saremo capaci di praticare la sinodalità considerato l’individualismo, il protagonismo, l’inerzia, la rassegnazione, il mutismo e la confusione che connota la vita delle nostre comunità? 

Saremo capaci di un discernimento comune vista la nostra attitudine a delegare, a sottrarci alla responsabilità, a preferire il lamento all’impegno, e vista la nostra impazienza e insofferenza nei confronti dei nostri fratelli?