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Su quale fondamento si edifica il Regno?

Omelia del 10 ottobre 2021 (Mt 20, 1-16)

Tra le parabole raccontate da Gesù ce ne sono alcune che ci paiono facili. Le leggiamo e ci sembra di afferrarne immediatamente il significato.

Altre invece ci paiono difficili e indecifrabili: il loro significato ci rimane velato, oscuro.

La parabola dei lavoratori presi a giornata è certamente una di queste. 

Non è che non si capisce nulla: ci sono passaggi nel racconto che ci risultano limpidi e perfettamente accessibili. Ne siamo addirittura edificati.

Ci piace, ad esempio, l’idea di un Dio che accoglie operai a lavorare nella sua vigna, di un Dio che non è geloso del proprio spazio, di un Dio che non ha preclusioni nei nostri confronti ed è disposto a condividere con noi ciò che gli è più caro. Non vi sfugga, infatti, che la vigna, nelle scritture sacre, è sempre metafora del popolo dell’alleanza, ovvero il popolo a cui Dio si è legato con amore incondizionato e indistruttibile fedeltà.

Ci piace, anche, l’idea di un Dio che accoglie senza fare alcuna discriminazione. Qui, nella vigna del Signore, dice la parabola, non ci sono selezioni all’ingresso e tutti hanno le stesse identiche possibilità: non importa se sei povero o ricco, se sei del posto o sei straniero, se vecchio o giovane, se sei stimato o meno. Nella vigna del Signore c’è posto per tutti! 

E, ad essere onesti, non ci dispiace neanche l’idea che questo padrone che è Dio prenda al lavoro anche quelli della tarda mattinata e del pomeriggio, perché ci fa comodo poter contare su un Dio abbastanza indulgente da non chiuderci la porta in faccia, se arriviamo tardi.

Ma poi si arriva alla fine della parabola e si viene a sapere che il Dio accogliente e indulgente che accolto operai nella sua vigna, quello che tanto ci ha edificato con le sue gesta, è anche quello che ha infranto l’unica legge che è assolutamente vietato infrangere: quella della giustizia. 

Tutte le altre leggi possono essere infrante, non quella della giustizia, e neanche Dio fa eccezione. Perché? Perché la giustizia non è solo una delle tante leggi che regolano la nostra vita, la giustizia per noi è un assioma. 

È un postulato indiscutibile e irrivedibile. 

La giustizia è il principio intorno al quale abbiamo costruito il nostro mondo, la nostra convivenza, la nostra morale. 

Non è vero che tutto ciò che facciamo lo facciamo perché c’è un debito che sentiamo di dover pagare e perché abbiamo la persuasione, più o meno consapevole, che dalla vita e dagli altri riceveremo in proporzione a quanto sapremo dare. Tutto si gioca sull’idea della retribuzione: a ciascuno ciò che si merita!

Perfino la religione, se ci pensate, l’abbiamo costruita su questo principio. Perché crediamo in Dio, perché osserviamo le sue leggi, perché gli offriamo in sacrificio una vita devota e compunta? Non lo facciamo forse per meritare la salvezza?

Perché ci sforziamo di sfuggire al peccato? Non lo facciamo forse per evitare di meritare i suoi castighi? 

Dio stesso, capite, noi l’abbiamo inscritto dentro questo grande meccanismo retributivo che chiamiamo giustizia. 

Per questo motivo Dio non può permettersi di trasgredire la legge della giustizia, perché se lo facesse il nostro mondo crollerebbe e sotto le macerie ci finirebbe anche lui. 

Noi, sì, possiamo permetterci di trasgredirla questa legge ed ciò che normalmente facciamo perché, se siamo onesti dobbiamo riconoscerlo, la giustizia è l’ultima delle nostre preoccupazioni: tutto quello che facciamo lo facciamo incuranti dei debiti morali che abbiamo contratto, e lo facciamo incuranti anche di ciò che ne avremo se ciò che ne avremo non è misurabile in termini di vantaggio immediato e personale. 

Il principio che ci muove ormai non è la giustizia, ma la bramosia, la ricerca del benessere, la soddisfazione del piacere. 

Questo Dio non lo può fare, non se lo può permettere. Per questo il comportamento del padrone della parabola che dà lo stesso a quelli della prima ora e a quelli dell’ultima, incurante dei meriti degli uni e degli altri, risulta ai nostri occhi scandaloso e inaccettabile.

E così immaginiamo che dietro le parole del racconto vi sia una verità ancora da scoprire, una verità che ancora non comprendiamo. 

Pensiamo di dover trattare la parabola come di un racconto allegorico, dove le parole non sono da prendersi alla lettera, ma solo in senso figurato. 

Arriviamo persino a mettere in discussione l’attendibilità del testo.

Tutto perché non siamo disposti ad accettare l’idea che Gesù possa mettere in discussione il principio della giustizia. Ma è proprio questo ciò che Gesù fa.

Con questa parabola Gesù afferma apertamente che un cristiano non può costruire il proprio mondo intorno al principio della giustizia retributiva, il cristiano il proprio mondo lo deve costruire intorno al principio dell’amore. 

E l’amore non lo si merita, l’amore lo si riceve e lo si dà, gratuitamente. 

Questo non significa naturalmente che la giustizia e il merito non siano anch’esse importanti e non debbano avere diritto di cittadinanza nel nostro mondo, ma non possono essere il principio su cui tutto è costruito. 

Gesù ci dice: guardate che il regno di Dio che io sono venuto a portare e che voi siete chiamati a edificare è un mondo nel quale la vita, le relazioni, la morale, la religione non vanno costruite sulla giustizia, ma sull’amore. 

Pensate di essere salvi perché lo avete meritato? Se siete salvi è perché siete stati amati e amati di un amore che più forte del peccato e dell’infedeltà. 

Se siete salvi è perché al momento della resa dei conti Dio ha deciso di non affidarsi alla legge della giustizia, ma a quella di “agape”, facendo di essa il vero punto fermo di ogni sua relazione con il mondo e con l’uomo. 

È questo il paradosso che marca la differenza cristiana e la parabola lo mostra con tutta evidenza. Se fossimo più liberi di prendere il vangelo per quello che è, senza preconcetti o pregiudizi, lo capiremmo anche noi…