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Abitare la devastazione con speranza

Omelia del 14 novembre 2021 (Lc 21, 5-28

Credo sia difficile non provare stupore, e forse anche un certo imbarazzo, di fronte a pagine come queste, soprattutto se esse si trovano all’interno di un libro che noi chiamiamo parola di Dio.

Non fraintendetemi: non sono le immagini forti ad imbarazzarmi, né le scene truculente: a quelle siamo ormai abituati, le vediamo tutti i giorni. Ci siamo fatti gli anticorpi. 

È che noi dalle pagine della scrittura ci aspetteremmo parole di speranza e qui di speranza sembra non esserci traccia. Lo scenario che ci viene presentato è quello di un mondo che procede verso il suo annientamento, di un futuro segnato dall’inesorabilità della devastazione. Ineluttabilità e catastrofe: sono questi i paradigmi che Gesù ci consegna per guardare il nostro futuro.

Ineluttabilità perché questo destino sembra segnato da una necessità che non è solo storica, ma addirittura teologica: così deve accadere, è nell’ordine delle cose, e non c’è nulla che si possa fare per arginarlo. Per quanto l’uomo si dia da fare o si ingegni questo è il suo destino e ogni tentativo di rimandarlo o di aggirarlo sarà destinato a fallire.

Catastrofe perché la devastazione annunciata non colpisce solo la superficie, l’involucro esteriore, così da sperare che a seguito della devastazione possa esserci un nuovo inizio, ma colpisce e sgretola le fondamenta su cui è costruito l’ordine della creazione e la convivenza degli uomini. 

Colpisce il tempio che è il centro nevralgico, il cuore di quell’esperienza dell’alleanza che nel corso dei secoli ha dato al popolo di Israele un’identità e una ragione di vita. Di tutto il suo splendore, di tutta la sua magnificenza, dice Gesù, non rimarranno che cumuli di pietre. Colpisce la convivenza, quella convivenza che ci rende esseri umani e che è fondata sulla solidarietà e il sostegno vicendevole. Sentite cosa dice Gesù: “coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città”. Ciascuno per sé e Dio per tutti, verrebbe da dire. In quei tempi, nei tempi della devastazione non ci sarà posto per la solidarietà, ciascuno dovrà pensare alla propria sopravvivenza. 

La devastazione colpirà anche la famiglia: i padri si riverseranno contro i figli e i figli contro i padri, le figlie contro le madri e le madri contro le figlie. E, infine, la catastrofe colpirà anche la creazione: il sole, la luna e le stelle che sono da sempre ritenute immutabili portano ora il segno della fine.

Cosa si deve fare di fronte ad uno scenario del genere?

La reazione dei discepoli è emblematica: quando accadranno queste cose, si chiedono? A loro interessa il “quando” perché il sapere quando queste cose avverranno dà loro l’illusione che il dramma possa ancora essere scongiurato o, quanto meno, scansato. Ma Gesù è perentorio: il dramma non può essere evitato. 

I discepoli dovranno mettersi il cuore in pace, e insieme a loro anche noi: la devastazione ci sarà, ma questa è l’invenzione di Gesù, la devastazione andrà abitata con speranza. Non perdete tempo, dice Gesù, ad immaginare come evitare o rallentare la devastazione, vostro compito è abitarla mantenendo viva la speranza. 

Ora, voi capite, che a questo punto ci troviamo di fronte ad un assurdo, ci troviamo di fronte ad un ossimoro. Come si fa a mantenere viva la speranza quando con i tuoi occhi vedi il mondo crollare, quando vedi le tue certezze sgretolarsi come argilla, quando vedi la natura ammalarsi e l’odio disegnare trame di morte i n un mondo che era stato creato per la vita? La speranza sarebbe possibile se potessimo evitare un simile destino, ma se questo non è possibile che senso può avere sperare? 

Ed è a questo punto che le parole di Gesù si fanno illuminanti: sperare ha ancora un senso perché quando accadranno queste cose, dice Gesù, quando sentirete rumori di guerra e il sole e la luna si oscureranno, non sarà ancora la fine. Starà a voi decidere quando sarà la fine. Voi non potete rendere immortali le cose con lo sono, non è in vostro potere rendere incorruttibile ciò che non lo è, voi avete, però, un grande potere: quello di decidere quando sarà la fine. Questo dipende da voi. 

La vostra speranza serve a questo: a far sì che la devastazione non sia l’ultima parola pronunciata sul mondo, a far sì che ci sia un oltre, che ci sia un ricominciamento, che ci sia un’alba dopo la notte. 

Mantenere viva la speranza è darsi da fare perché la devastazione, l’odio, l’egoismo, non siano la fine. Questo è il nostro compito di uomini e di cristiani. E come ce lo dobbiamo giocare questo compito? Come ce la dobbiamo giocare questa speranza?

Anzitutto arginando la deriva della frustrazione e dell’avvilimento che molto spesso prende il sopravvento quando ci troviamo dentro situazioni che ci paiono senza via d’uscita. Gesù lo dice a chiare lettere: non disperate perché non siete soli, perfino i capelli del vostro capo sono contati, Dio si prenderà cura di voi.  Per quanto vi sembri distante e lontano, Dio non mancherà di farvi sentire la sua presenza. 

Attenzione, però: questo non significa che sarà Dio a fare quel che invece è compito vostro, non significa che potrete delegare a Lui un compito che invece vi appartiene. 

L’invito alla speranza o alla pazienza non va inteso come un invito alla passività, o all’inoperosità, come un invito a lasciar fare, ma piuttosto come un invito alla responsabilità. Quando accadranno queste cose, dice Gesù, è giunto per voi il compito di testimoniare. Quando accadranno queste cose avrete la responsabilità di far risuonare un annuncio che dica che si può vivere anche in un altro modo, che l’esito della storia non deve essere necessariamente quello della devastazione e che se saremo capaci di intraprendere un cammino di autentica conversione la nostra salvezza sarà vicina …