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Un monumento e un nome

Omelia del 31 ottobre 2021 (Lc 14, 1a. 15-24)

C’è un luogo di grande suggestione a Gerusalemme fuori della rotta che collega i luoghi sacri tradizionali. È anch’esso un luogo sacro, ma di una sacralità non convenzionale, di una sacralità che ha a che vedere con l’uomo più che con Dio, di una sacralità che rifugge ogni appartenenza religiosa. È il Memoriale dell’Olocausto. All’interno della vasta area di questo memoriale c’è un luogo riposto, uno scrigno, la cui sacralità è paragonabile a quella che il Santo dei Santi aveva all’interno del Tempio di Salomone. Un luogo da cui non si esce se non provando una forte sensazione di struggimento e di commozione. 

Questo luogo si chiama Yad va’shem: letteralmente, un “monumento e un nome”. 

Entrandovi si è immessi in un percorso tra pareti di vetro sulle quali, attraverso un suggestivo gioco di riflessi, sono proiettati i nomi di tutti bambini ebrei uccisi dalla follia nazista, mentre una voce, fuori campo, li scandisce, a chiare lettere, uno dopo l’altro, in un “loop” ininterrotto.

Ma perché si è voluto chiamare questo luogo Yad va’shem: ? Perché “un monumento e un nome”. 

Un monumento perché, nonostante la furia omicida degli uomini abbia voluto cancellare le vite di questi bambini, la loro memoria vive. Il monumento è un oggetto, un edificio, un’opera d’arte che serve a conservare la memoria di un evento, perché non venga dimenticato. Ecco, la vita di questi bambini non verrà dimenticata: sarà custodita attraverso il tempo nella memoria di un popolo, nella memoria dell’umanità intera, nella memoria di Dio, e sarà custodita come monito e provocazione per le generazioni che verranno. 

E poi c’è il nome. Il nome è ciò che ci identifica, ma è anche segno di elezione: chiamare per nome significa includere in un’intimità, significa accogliere dentro un’alleanza dove ciascuno è riconosciuto come essenziale e insostituibile. 

Perdere il nome non significa solo perdere la propria identità, significa anche e soprattutto, perdere quella dinamica di appartenenza e di relazione che è esattamente ciò che definisce chi siamo e ci rende davvero vivi. I nomi di questi bambini, questa è la logica che sta dietro il memoriale dello Yad va’shem, devono essere ricordati e pronunciati perché solo così si consentirà loro di rimanere dentro una relazione e, solo rimanendo dentro una relazione, sarà loro permesso di continuare a vivere e di vivere per sempre. Quando uno muore? Quando più nessuno si ricorda di lui e nessuno lo chiama più per nome. 

Ma l’espressione Yard va’shem da dove viene? È stata coniata apposta per il memoriale dell’olocausto? No, Yad va‘shem è una citazione e chi è stato attento l’avrà certamente collegata al passo del profeta Isaia ascoltato quest’oggi. 

Dio chiede al suo profeta di dar voce ad una parola di inclusione, una parola di inclusione nella quale Dio porta allo scoperto il suo grande sogno, lo rende manifesto: è il sogno di un’alleanza eterna che raccolga insieme tutti i popoli e le nazioni della terra. Un’alleanza nella quale nessuno è escluso, nella quale nessuno è autorizzato a sentirsi messo da parte, nemmeno gli eunuchi e gli stranieri. 

Isaia parla di eunuchi e di stranieri perché erano, nel tempo in cui egli viveva, l’espressione massima dell’emarginazione. Per noi oggi gli esclusi non sono più gli eunuchi e gli stranieri o, forse sì! Dovremmo chiedercelo: chi sono gli esclusi ai giorni nostri? Quel che è certo è che al tempo di Isaia gli eunuchi e gli stranieri erano da considerarsi degli scarti, dei “fuori progetto”: i primi per via della loro menomazione fisica che li rendeva indegni persino di essere definiti uomini, i secondi perché la loro origine, la loro appartenenza, la loro religione li collocava fuori dal popolo dell’alleanza. 

Ebbene, dice Isaia, anche gli stranieri, anche gli eunuchi avranno un “monumento e un nome”, come i figli e le figlie di Israele, anzi più di loro, perché tutti hanno un posto nel cuore di Dio, tutti sono invitati al grande banchetto dell’alleanza e tutti, anche gli stranieri e gli eunuchi, Dio considera come suoi figli.

Capite qual è il sogno di Dio? Il suo grande desiderio? Il progetto di alleanza che Egli ha in cuore di realizzare? È un sogno di universalità e di inclusione.

Ma non è questo lo stesso sogno di Gesù? Non è questo il sogno che noi vediamo come in controluce guardando i gesti e ascoltando le parole di Gesù? E non è questo il sogno che oggi la parabola degli invitati ci dipinge davanti agli occhi? 

Un uomo dà una festa, una grande festa e a questa festa invita molti amici. Appare già subito chiaro che non si tratta di una piccola festa privata, ma di un evento grandioso. E d’altra parte se è di Dio che questa parabola vuole parlarci, di Dio e del suo progetto, non si può non sognare in grande. Ma accade l’inaspettato: molti degli invitati declinano l’invito e allora il padrone che cosa fa? 

Manda i suoi servi a chiamare poveri, ciechi, storpi, e siccome dopo di loro c’è ancora posto, chiede di nuovo ai suoi servi di uscire e di andare per strada e lungo le siepi, cioè da quelli che sono ai confini, perché la casa si riempia. 

Questo capite è il sogno di Dio, la sua nostalgia più grande: che la casa si riempia, che ci siano tutti, l’universalità.Ora, mi chiedo, perché facciamo così fatica ad assumere e a fare nostro questo sogno di Dio? Che cosa si mette di traverso e ostacola la sua ricezione e la sua realizzazione?

Le risposte potrebbero essere molte: potremmo dire, ad esempio, che a frenarci è la paura che ci rende diffidenti nei confronti di coloro che non conosciamo, o la presunzione di essere depositari unici della verità, cosa che ci fa guardare con sospetto chiunque la pensi diversamente da noi. 

Potremmo dire che a frenarci è l’egoismo che ci porta a voler tutto per noi e ci fa ritenere il dover spartire qualcosa con gli altri un’ingiustizia intollerabile, oppure più semplicemente il culto dell’identità che ci induce a considerare indegni tutti coloro che non sono come noi e non appartengono al nostro gruppo. Tutte cose vere queste e le vediamo e respiriamo intorno a noi, ma nella maggior parte dei casi credo sia altro ad ostacolare l’assimilazione del grande sogno di Dio: la privatizzazione della vita.

Torniamo alla parabola: quale pensate sia la ragione del rifiuto degli invitati della prima ora? Qual è il loro sbaglio? Prendere possesso di un campo, dare tempo al proprio matrimonio, prendersi cura dei propri beni? Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo. Il loro sbaglio, il nostro sbaglio, è il rinchiuderci dentro un mondo fatto a misura nostra, il ridurre tutto a privato, il non avere occhi per la bellezza della grande tavolata, dove non necessariamente ci si conosce tutti, ma dove il fatto di non conoscersi diventa una straordinaria opportunità di incontro. 

Ciò che ci impedisce di fare nostro il sogno di Dio è il fatto che, nella nostra vita, abbiamo finito per declinare al singolare ogni cosa: non esiste più il bene di tutti esiste il mio bene, non esiste più la vita intesa come ciò che tutti ci accomuna esiste la mia vita, non esiste più la fede della Chiesa esiste la mia fede, non esiste più il cammino dell’umanità esiste il cammino di ciascuno che corre parallelo a quello degli altri. 

Non sarà questo il motivo per cui la nostra vita somiglia tanto poco ad una festa?