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L’omelia di Natale dell’Arcivescovo

In una mangiatoia

1. Non c’era posto.
Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me (Apc 3,20).

Bussa Gesù alla porta di Frenesia e Rumore. Ma nella casa di Frenesia e Rumore la gente è tutta indaffarata nelle proprie cose, bisogna fare, bisogna fare di più, bisogna fare in fretta: chi ha tempo per accogliere l’ospite che bussa? “Mi scusi, dice Frenesia, ma come vede siamo molto presi oggi. Forse domani, quando cominciano le ferie”.

E Rumore non dice niente: neppure ha sentito che alla porta qualcuno bussa. Non c’era posto.

Bussa Gesù alla porta di Depressione e Rancore. La casa è troppo triste, la gente è troppo arrabbiata, non ha voglia di vedere nessuno. Anche una visita è un fastidio. Depressione preferisce starsene da sola, sprofondare nel vortice buio della disperazione. Rancore è sempre arrabbiato e sbatte la porta in faccia a chi chiede di entrare. “Che cosa vuole? Ne abbiano già abbastanza di fastidi e di impiccioni!”. Non c’era posto.

Bussa Gesù alla porta di Arroganza e Sospetto. Si fanno sulla porta con il cipiglio di chi si aspetta riconoscimenti importanti e visite illustri. Il viandante discreto non è nessuno, che cosa viene a fare? Se è mite e discreto certo nasconde qualche maliziosa intenzione, se è insistente e paziente certo ha qualche cosa da vendere. “Non c’è bisogno di niente in questa casa! Ce la caviamo da soli!”. Non c’era posto.

2. In una mangiatoia.

A Betlemme, nella casa del pane, per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si dirigono gli affamati di una vita che non finisce, di una gioia che resiste alle tribolazioni della vita, quelli che non bastano a se stessi, e lo riconoscono. Non sono di quelli che si sottovalutano. Piuttosto sono riconoscenti perché il pane che si offre a Betlemme rivela che la vita è dono e che siamo vivi per grazia.

Sono riconoscenti.

Per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si fermano uomini e donne che hanno tempo per sedere a tavola, che non si lasciano divorare dalla frenesia. Non sono di quelli che amano perdere tempo né sono pigri. Piuttosto sono saggi e sanno distinguere i tempi e riconoscono che non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere. Sono amici delle feste. E attingono alla festa del pane la forza e la gioia di vivere, di lavorare, per sé e per gli altri. Sono saggi.

Per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si rivolgono uomini e donne provati dalla vita, riconoscendo nel bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia una luce amica, la rivelazione della gloria che avvolge di luce tutta la vita. Non sono ingenui, piuttosto sono inclini alla commozione: riconoscono di essere visitati proprio là sul ciglio dell’abisso, là dove la disperazione non sente ragioni. Quando gli argomenti si rivelano inadeguati a convincere, quando la volontà si è spezzata, quando i rapporti sono vissuti più come problemi che come aiuti, là la fragilità del Bambino nella mangiatoia offre il messaggio della tenerezza che restituisce la voglia e il dovere di vivere. Sono inclini alla commozione.

3. Messaggeri della gioia.

Coloro che hanno visto il segno diventano la moltitudine dell’esercito celeste incaricata di lodare Dio e cantare: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. Allora l’esercito celeste apparve come una moltitudine di angeli. Oggi quelli che hanno visto il segno del bambino adagiato nella mangiatoia sono incaricati di percorrere la terra, di convincere fratelli e sorelle ad aprire la porta al Signore che bussa, a vincere le obiezioni, le resistenze, le diffidenze.
Lasciate che entri il Signore, irradiazione della gloria del Padre, perché ogni casa si riempia della gioia di Dio.