Il peso del padre

Omelia del 30 gennaio 2022 (Mt 2, 19-23)

Il peso del padre

Quando guardiamo alla famiglia di Gesù ci viene naturale pensare ad essa come l’icona della famiglia ideale. Ma non esiste la famiglia ideale, esistono solo famiglie reali, famiglie che vivono dentro la storia. 

E anche la famiglia di Gesù vive nella storia. Il vangelo di Matteo ci avverte di questo fin da subito. La follia omicida di Erode, la fuga repentina in Egitto, lo spaesamento dopo il ritorno, la decisione fuori programma di abitare a Nazareth: sono tutti indizi che fanno pensare ad un profondo radicamento nella storia. 

E non parlo di una storia idealizzata, di una storia dalle tinte patinate, ma di una storia che non ha paura di mostrare i suoi lati più oscuri, fatti di intrighi, di violenza e di meschinità.

La famiglia di Gesù ha conosciuto la paura di chi si trova a dover fuggire per salvare la propria vita, ha conosciuto l’incertezza e l’insicurezza di chi si trova profugo in un paese straniero, ha conosciuto la turbolenza di chi, proprio malgrado, si trova sballottato e condizionato dalla volontà di altri. E ciò la rende incredibilmente vicina a noi e alle nostre famiglie che con il rigore e la stravaganza della storia devono fare i conti ogni giorno. 

Non stiamo, dunque, parlando di una famiglia che vive fuori dal tempo, di un modello universale che si impone oltre il tempo e lo spazio. 

La famiglia di Gesù è una famiglia reale e come tale, al modo di ogni umana famiglia, deve costantemente re-inventarsi e ri-declinarsi contestualmente agli eventi che accadono e alle profonde trasformazioni che interessano la società, la cultura e il costume diffuso. 

Ci sono, tuttavia, delle costanti, dei marcatori ricorrenti: le famiglie cambiano e si reinventano, eppure qualcosa rimane sempre uguale, come un indizio di autenticità, come un calco profondo che il tempo non cancella. La famiglia di Gesù è evidenza anche di questo. Ma quali sono queste costanti?

La prima: la famiglia, in ogni sua manifestazione, in ogni sua declinazione storica e temporale, è sempre luogo di congiunzione tra passato e futuro, è sempre luogo in cui il passato confluisce nel futuro. La famiglia è il luogo della tradizione e della trasmissione dei valori. È il passato che confluisce nel presente e ci proietta nel futuro. 

Nella scrittura biblica l’affermazione del valore fondativo e dell’importanza strategica della famiglia è affidata ad un’espressione che si trova non a caso nel decalogo e che noi conosciamo bene: “onora il padre e la madre”. La stessa espressione l’abbiamo sentita evocare quest’oggi dallo stesso Paolo nella sua lettera, a dire che passano i secoli, cambia il mondo, ma il dovere di riconoscenza, di stima, di rispetto nei confronti del proprio padre e della propria madre non può che rimanere inalterato.

Ma che cosa vuol dire “onora il padre e la madre”? Il verbo utilizzato dalla scrittura ebraica è “kabbed” e, alla lettera, significa “appesantire”. Quindi onorare il padre e la madre dovrebbe voler dire “appesantirli. 

Ma che significa? Significa che dobbiamo dare al padre e alla madre il loro peso, o ancor meglio, che dobbiamo riconoscere il peso che hanno nella nostra vita. 

Il padre e la madre sono figure pesanti, sono figure che portano su di loro il peso del passato, il peso di una storia che ci porta lontano, di una tradizione che ci precede, di una sapienza nella quale è racchiusa la verità di chi siamo.

Ecco che cos’è la famiglia, cosa deve essere la famiglia: il luogo che dà accesso alle radici. Radici di cui noi abbiamo assoluto bisogno perché, se è vero che siamo chiamati a costruire il futuro, è vero anche che poterlo fare dobbiamo tenere i piedi ben piantati nella storia che ci ha generato e da cui proveniamo. Senza radici noi non sapremmo chi siamo, non saremmo più in grado di leggere e interpretare la nostra vita, perché ci verrebbe a mancare l’unità di misura, non sapremmo più qual è il cammino che ci aspetta. Noi ci muoviamo dentro un solco che è stato tracciato dalle persone che ci hanno preceduto. La famiglia è il nostro modo di tenere il contatto con l’umano che ci precede e nel quale si inscrive il nostro percorso di umanizzazione. 

Oggi per noi è difficile comprendere tutto questo perché siamo figli dell’istante. Nel mondo in cui viviamo le cose si creano e si distruggono, nascono e muoiono con una rapidità impressionante, anche gli scenari cambiano profondamente e velocemente, rendendo inservibile ciò che poco prima era fondamentale. La famiglia è il luogo della trasmissione del passato, ma dal passato che cosa potrebbe venire di realmente apprezzabile? Che cosa potrebbe venire che abbia una qualche utilità per noi?

Ecco qui un’altra parola chiave che la scrittura affida come compito alla famiglia umana: benedizione. La famiglia deve essere luogo di trasmissione non solo di un sapere, non solo di una tradizione o di una cultura, il suo compito più importante la famiglia lo svolge diventando portatrice di benedizione, ovvero aiutando le nuove generazioni a riconoscere e ad accogliere il carattere promettente della vita. 

È questo che le famiglie dovrebbero fare e forse non riescono più a fare: trasmettere alle nuove generazioni quel bagaglio di esperienza che permette di dire che la vita è bella e va vissuta, anche se a volte può sembrare spietata, dura e avvilente. Che la vita è un dono prezioso che non va sprecato, che non ci si deve arrendere di fronte alle difficoltà perché gli ostacoli possono essere superati e anche i momenti più drammatici sanno diventare occasioni di crescita e di maturazione. 

C’è poi una seconda costante: La famiglia è il luogo che custodisce l’amore. Non parlo dell’amore idealizzato, e neanche dell’amore eroico, ma dell’amore che si fa esercizio quotidiano del prendersi cura dell’altro, di chi è più debole e indifeso, della vita stessa. 

Viene in mente Giuseppe e la sua caparbietà nel proteggere in ogni modo le persone a cui vuol bene. 

Vengono in mente le parole dell’inno alla carità che abbiamo sentito declamare all’inizio di questa liturgia. 

La famiglia è e deve essere il laboratorio nel quale l’amore si normalizza, nel quale l’amore diventa pratica quotidiana. Papa Francesco dice è la famiglia è il luogo in cui l’amore diventa normale. 

Il luogo in cui In cui l’aiuto vicendevole, il perdono, la pazienza, la stima e il rispetto reciproco diventano vicenda quotidiana. La famiglia è il luogo in cui si impara a mettere al centro l’altro senza rinunciare ad essere soggetti della propria vita. 

Certo, l’amore è a caro prezzo: a volte non è corrisposto e fa soffrire, a volte sembra avaro di frutti e genera delusione, a volte è esigente e provoca ripensamenti, ma è anche la sola e unica esperienza nella quale l’uomo si trova finalmente restituito alla verità di se stesso.

La famiglia di oggi, così come la famiglia di ieri e quella di domani, ha sulle proprie spalle una missione di straordinaria portata: insegnare agli uomini la via che li rende veramente umani.

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