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Miracolo o segno?

Omelia del 17 gennaio 2022 (Gv 2, 1-11)

Come dobbiamo interpretare quel che accadde a Cana di Galilea? Come un miracolo o come un segno? 

So che per molti di voi si tratta solo di un’inutile sottigliezza linguistica, ma non è così. Miracolo e segno, infatti, non sono la stessa cosa, non sono sinonimi.

Il miracolo è una dimostrazione di forza, è una manifestazione di potenza che accredita chi la compie, conferendogli un’autorità che se è troppo definire divina, certamente dobbiamo considerare sovrumana.

Il segno è, invece, tutt’altro: è un evento, una situazione, un’azione che porta dentro di sé il rimando a qualcos’altro. Il segno è ciò per cui la realtà trascende se stessa, diventando veicolo di un messaggio e di un significato che porta oltre i confini dell’immediatamente intellegibile.

Ora, certo, noi possiamo considerare quel che accadde a Cana di Galilea un miracolo, molti lo fanno, d’altra parte. Ma così facendo il rischio che corriamo è di porre l’accento in modo esclusivo sulla trasformazione dell’acqua in vino. Non importa se siamo nel contesto di un matrimonio, non importa se l’acqua che Gesù trasforma sia contenuta in grosse giare di pietra, non importa se il vino sia giudicato buono dal maestro di tavola, quel che importa è che Gesù trasformi l’acqua in vino. Perché quel che al miracolo interessa è che ci sia una qualche ostentazione di potenza sovrannaturale e qui l’unica ostentazione di potenza che può essere messa in gioco è quella del gesto di Gesù che muta l’acqua in vino.

Ma c’è anche un secondo rischio che si corre volendo trattare questo evento come un semplice miracolo: quello, ben più pericoloso di considerare Gesù solo e unicamente per riferimento ai miracoli che compie, come se la sua divinità, la sua potenza, la sua regalità potessero essere ridotte alla sua esclusiva capacità di compiere gesti portentosi. Davvero ci basta un Gesù così? Davvero ci si può accontentare di una divinità il cui tratto distintivo è unicamente quello di compiere miracoli? 

Quel che accadde a Cana non un miracolo, è un segno. Ed ad essere segno non è solo la trasformazione dell’acqua in vino. È un segno il matrimonio, le giare, la pietra di cui esse sono fatte e l’acqua che contengono: tutto è un segno e tutto è un segno perché nell’episodio di Cana tutto, anche il più picco frammento di narrazione è strumento di rivelazione. Rivelazione di che cosa? lo dice il testo stesso: Cana fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria…

Attraverso il segno di Cana Gesù manifesta la sua gloria. Ma che cos’è la gloria? Solitamente noi la identifichiamo con lo sfarzo, lo splendore, la magnificenza, ma non è propriamente questa la gloria di cui parla Giovanni. La gloria di cui parla Giovanni è l’immagine che uno riesce a produrre di sé perché gli altri lo conoscano. La gloria è il “come” vorrei che gli altri mi vedessero, è l’immagine che vorrei gli altri avessero di me, è il modo con cui vorrei essere conosciuto. 

Quindi dire che a Cana di Galilea Gesù manifesta la sua gloria vuol dire affermare che attraverso i gesti e gli eventi che si compiono a Cana Gesù dice di sè, dà accesso al suo mistero, rivela il suo volto. 

E qual è il volto che rivela? Il volto dello sposo che chiama la sua sposa all’alleanza nuziale. Vengono in mente le parole con cui Isaia descrive l’alleanza tra Dio e Israele: «come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli […] Nessuno ti chiamerà più abbandonata, né la tua terra sarà più detta devastata, ma tu sarai chiamata “mio compiacimento” e la tua terra sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te»

Troppo spesso ci capita di vivere la nostra relazione con il Signore come fosse un semplice contratto legale costruito sull’osservanza dei precetti della legge. Troppo spesso ci troviamo a vivere la nostra fede come fosse un patto di lealtà nel ci sentiamo obbligati nei confronti di Dio per una sorta di senso del dovere. La pagina di Cana ci dice che il nostro rapporto con il Signore, l’alleanza nella quale il Signore ci ha legati indissolubilmente a sé, è e non può che essere un’alleanza nuziale, un’alleanza d’amore, un’alleanza d’intimità. 

E, se è così, capite, non si può fare a meno del vino: il vino in un matrimonio non può mancare. Non può mancare perché è simbolo della gioia e dove le persone si amano la gioia abita i loro cuori.

Il vino non può mancare perché è simbolo di effervescenza, di vitalità, di passione e in un’alleanza nuziale tutte queste cose non possono mancare, perché l’amore che l’alimenta e la fonda è antidoto contro la stanchezza, l’apatia e l’insensibilità. 

Il vino non può mancare perché il vino è simbolo di estro, di creatività, di invenzione, di capacità di rompere gli schemi e anche questo è necessario ad un matrimonio. L’alleanza nuziale chiede, infatti, anche questo: la capacità di mettersi incessantemente in discussione, la capacità di reinventarsi con coraggio tentando ogni volta vie nuove, senza paura.

Ora, mi domando: come stiamo vivendo noi questa alleanza nuziale? E subito penso alla nostra incapacità di trasmettere la gioia del Vangelo, penso ai nostri vissuti spirituali che si trascinano stancamente, incapace ormai di accendersi e accendere passione e desideri, penso ai nostri cammini di Chiesa spesso irrigiditi nella riproduzione ossessiva del passato, penso alla nostra mancanza di coraggio nel sognare in grande e nell’immaginare nuovi percorsi possibili.

Non è che anche a noi è venuto a mancare il vino