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Un Dio che scompare…

Omelia del 9 gennaio 2022 (Lc 3, 15-16. 21-22)

Il racconto del battesimo di Gesù è, senza dubbio, un racconto di rivelazione. Ora, tutti sanno che cosa significa rivelare: significa rendere manifesto, portare alla luce qualcosa che prima era nascosta, rendere accessibile. Se, quindi, parliamo del racconto del battesimo di Gesù come di un racconto di rivelazione è perché siamo convinti che in esso si manifesti qualcosa di decisivo, qualcosa che prima non conoscevamo e che ora può apparirci in tutto il suo splendore e in tutta la sua verità.

Di che cosa stiamo parlando? Dell’identità di Gesù. 

Nel suo Battesimo Gesù ci dice di sé, ci mostra chi è realmente, ci fa conoscere la sua vera identità, fa risplendere su di noi la sua luce a diradare le ombre di una conoscenza solo approssimativa o per sentito dire. Ecco perché i vangeli, tutti i vangeli, questo racconto lo collocano all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Quasi volessero dirci: è bene che sappiate fin da subito che quel Gesù di cui ascolterete le parole, di cui vedrete i gesti, di cui ammirerete le opere, non è uno come tutti gli altri. È bene che sappiate già subito che quel Gesù che vi state accingendo a seguire come suoi discepoli custodisce una verità che è importante conoscere.

Il verbo rivelare ha, però, anche un altro significato, sul quale ci istruisce l’etimologia latina: quello di togliere il velo. È lo stesso di svelare, rimuovere ciò che nasconde e impedisce di vedere. Certo, rivelare significa rendere manifesto, ma in che modo ciò era nascosto può ora essere vista in tutta la sua evidenza? In che modo ciò che era invisibile ora può essere visto? Attraverso la rimozione di un velo. 

C’è un velo che copre e nasconde, per vedere ciò che sta dietro bisogna rimuovere il velo: rivelazione significa anche questo. E, badate bene, questo accade anche nell’esperienza della fede. 

Quante volte ci troviamo a non capire che cosa Dio vuole da noi, quante volte ci troviamo le parole di Gesù ci sembrano oscure e indecifrabili, quante volte ci troviamo smarriti e incapaci di venire a capo di una fede che sembra sempre più sfuggente? 

Questo naturalmente accade perché la verità che Gesù ci consegna, offrendoci se stesso, è una verità infinitamente più grande di ciò che la nostra mente e il nostro cuore possono contenere. 

Ma se questo non fosse l’unico motivo? Se il motivo fosse anche che a volte noi volontariamente o involontariamente su questa verità mettiamo dei veli che coprono e nascondo ciò che invece dovrebbe apparire? 

Pensate ad esempio a quel velo che corrisponde ad una certa idea del sacro con la quale dividiamo il mondo in ciò che puro e in ciò che è impuro, in ciò che appartiene a Dio e in ciò che appartiene al mondo e trattiamo queste due realtà come fossero contrapposte e non comunicanti. Pensate a quel velo che corrisponde ad una certo idea di divinità che abbiamo, che è improntata alle categorie della ragione che non alla rivelazione divina e che ci rende difficile comprendere appieno l’umanità di Gesù.

Pensate, ancora, al velo della soggettività che ci fa pensare Dio ad immagine del nostro bisogno e del nostro desiderio.

Ecco, il racconto del battesimo di Gesù è racconto di rivelazione perché ci spinge a togliere, uno dopo l’altro, i veli che abbiamo messo su Dio, in modo da poterlo vedere nella sua verità più profonda.

E che cosa vediamo, tolti i veli? 

Vediamo, anzitutto, un Dio che scompare nell’umanità dell’uomo. È il mistero dell’incarnazione, direte, ma l’incarnazione conosce diverse modulazioni nelle pagine dei vangeli. C’è ad esempio un’incarnazione che si configura come solidarietà con i peccatori e i racconti del battesimo di Marco e Matteo lo mettono ben in evidenza: Gesù si mette in fila on i peccatori e con loro riceve il battesimo della penitenza. C’è un’incarnazione che si realizza nella condivisione dell’esperienza umana del dubbio, della paura, della morte: condivisione che non di rado conosce tinte accese e drammatiche: pensate alla preghiera di Gesù nel Getsemani. 

C’è un’incarnazione che si dà nella condivisione degli affetti: pensate alla bellissima pagina della resurrezione di Lazzaro dove si dice che Gesù piange sulla tomba dell’amico. E poi c’è l’incarnazione dello scomparire, del mischiarsi, del diventare invisibile che è propria di questo racconto. 

Qui, Gesù non si mette in fila con i peccatori, e non viene dato nessun rilievo alla singolarità di Gesù, come invece accade negli altri racconti di battesimo. Gesù non prende la parola, non si mette a predicare assumendo il ruolo di protagonista che prima era di Giovanni, non attira l’attenzione su di sé e sulla portata del suo gesto, semplicemente scompare tra la folla. “Quando il popolo fu battezzato, anche Gesù, essendo battezzato”: la descrizione dell’evento del battesimo di Gesù è affidata ad un inciso che la scia apparire la totale immedesimazione del figlio di Dio nel movimento della folla. 

Pensando a questo scomparire di Gesù, mi viene in mente quanto Egli stesso disse sul lievito che scompare dentro la pasta e la fa fermentare, o quel che egli disse a proposito del sale che, disciolto nell’acqua, diffonde il suo sapore e la sua sapidità. 

C’è un’incarnazione, dice Gesù, che si compie nello scomparire, nel non cercare clamore, nella scelta dell’anonimato, nel disperdersi nella massa, e Gesù questa dimensione dell’incarnazione l’ha vissuto non solo nel momento del suo battesimo, ma in tutta la sua vita. Gesù non ha mai cercato la sua gloria, non ha mai voluto il clamore delle folle, non ha mai agito per ottenere consensi e a quelli che assistevano ai suoi miracoli diceva di non dire niente, di tenere per loro ciò che avevano visto, ma questo non gli ha impedito di essere lievito e sale, non gli ha impedito di far correre la sua parole perché si diffondesse e arrivasse a tutti, non gli ha impedito di segnare in modo profondo e indelebile la vita degli uomini e delle donne che, nella quotidianità della vita, facevano esperienza della potenza dei suoi gesti e della tenerezza del suo sguardo.

Forse anche a noi il Signore chiede questo tipo di incarnazione nella realtà in cui viviamo, forse anche a noi oggi il Signore chiede di scomparire e di una volta per tutte liberarci dall’ossessione del voler apparire, del voler contare qualcosa, del volere consensi a tutti i costi. Ma sia chiaro: vale per noi quello che vale per Gesù. scomparire non equivale ad abbandonare il gioco, o fuggire dalle proprie responsabilità, o chiuderci rassegnati nel nostro confortevole nido in attesa di tempi migliori, scomparire vuol dire farsi vicino agli uomini e alle donne che ci vivono accanto, forti di una parola che libera e che rigenera, con la discrezione di chi non impone nulla, ma anche con la forza del lievito che fa fermentare la pasta e del sale che dà nuovo sapore alla vita.