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Guarire o salvare?

Omelia del 13 febbraio 2022 (Lc 17, 11-19)

Ringraziare non è solo un atto formale di cortesia. E non è nemmeno solo il gesto con cui gratifichiamo chi ci ha fatto del bene, mostrandogli il nostro apprezzamento Ringraziare è molto di più! È qualcosa che ci porta dentro la verità profonda del nostro essere. Quando ringraziamo, infatti, noi affermiamo di aver preso coscienza di due principi costitutivi della nostra esperienza di uomini. 

Il primo: tutto ciò che siamo e che abbiamo è un dono. È un dono la vita che si rinnova ad ogni risveglio mattutino, sono un dono le persone che il destino ha messo sul nostro cammino, è un dono la terra che calpestiamo e sulla quale edifichiamo il nostro vivere insieme. 

Secondo principio: nulla ci è dovuto. Se tutto è dono il minimo che si possa dire è che nulla ci appartiene veramente. Né la terra, né la vita, né le persone, né noi stessi: nulla possiamo rivendicare come nostro e nulla possiamo considerare come un diritto acquisito. La nostra condizione è una condizione di debito persistente, nei confronti di Dio, nei confronti della terra che ci ha generato, nei confronti degli altri che ci benedicono con la loro presenza: ringraziare è il modo che abbiamo per dire che ne siamo consapevoli. 

Capite perché sarebbe stato importante che i dieci lebbrosi del Vangelo fossero tornati da Gesù per ringraziarlo. Sarebbe stato il loro modo di riconoscere il debito che hanno nei confronti di Gesù. 

Ma la verità è che noi uomini facciamo sempre una gran fatica a riconoscere di essere debitori. Facciamo sempre una gran fatica ad accettare di dover dipendere dagli altri: che questi altri abbiano poi il volto di un fratello o il volto di Dio poco importa…

A noi piace pensare che i veri artefici del nostro destino siamo noi, ci piace pensare che noi non abbiamo bisogno di nessuno, e questo anche a costo di andare, talvolta, contro l’evidenza e di risultare presuntosi e irritanti.

Non pensate, però, che sia questa la ragione per cui Gesù si mostra indispettito nei confronti dei nove lebbrosi che non ritornano da lui per ringraziarlo. Se mostra rammarico nei loro confronti è per un altro motivo ben più importante.

Ma per capire di quale motivo si tratta diventa decisivo dire qualche parola sulla malattia che affligge questi uomini: la lebbra.

Sappiamo tutti quanto la lebbra è sia una malattia terribile, ma quello che forse non sappiamo è che, ai tempi di Gesù, la lebbra non è considerata solo una malattia: è una vera e propria maledizione. Un castigo divino. 

Che cosa fa infatti la lebbra? Oltre a generare dolore, sofferenza e morte, come ogni malattia, la lebbra ha come sua caratteristica peculiare quella di deformare il corpo, di sfigurare l’immagine creata da Dio, di deturpare la bellezza che accompagna la vita fin dal momento del suo nascere, di rompere l’armonia della creazione. La lebbra non è solo una malattia è l’azione corrosiva messa in atto dalle potenze del maligno che operano contro la creazione di Dio, facendo appassire la vita. 

Non solo, dunque, una malattia, ma un simbolo.

Simbolo di tutto ciò che abbruttisce, di tutto ciò che deforma la bellezza del mondo così come l’abbiamo contemplata nel progetto della creazione di Dio, di tutto ciò che altera irrimediabilmente la bontà e la dignità dell’uomo, di tutto ciò che rende insensibili di fronte al carattere promettente della vita.

La lebbra è una malattia, certo, ma nel mondo biblico questa malattia non colpisce solo il corpo, colpisce anche il cuore, e per potersi salvare da essa la sola guarigione del corpo non basta: bisogna che l’azione sanante giunga in profondità, fino al cuore. 

Ecco perché Gesù è indispettito: perché i nove lebbrosi questo non l’hanno capito. 

Si sono accontentati della guarigione del corpo, hanno pensato che fosse sufficiente l’assenza delle piaghe constatata dai sacerdoti, credere di essere tornati alla vita. Hanno pensato che essere finalmente riammessi alla vita sociale bastasse per poter dire di essere “guariti”.

Ora, mi chiedo se questo non succeda anche a noi? 

Mi chiedo se anche noi non ci comportiamo allo stesso modo quando di fronte all’odio, alla violenza, e all’opportunismo, che molto somigliano alla lebbra del vangelo considerata la loro capacità corrosiva e distruttiva, ci limitiamo ad attutire i colpi, a limitare le perdite, a moltiplicare all’infinito i compromessi?

Possibile che non capiamo che è il cuore che va cambiato? Che va cambiato, purificato, guarito il nostro modo di vedere, di sentire, di guardare il mondo e le persone che ne fanno parte? E che fino a che questo non accadrà noi potremo anche guarire le ferite, ma il male continuerà a diffondersi e a generare morte.

Ora, la domanda è: ma se volessimo cambiare il cuore, se volessimo essere salvati e non solo guariti, che cosa dovremmo fare?

Lo dovremmo chiedere al lebbroso che è tornato da Gesù, il samaritano: lui è l’unico ad averlo capito. E ci direbbe: andare da Gesù per rimanere con lui. Tutti e dieci sono stati guariti da Gesù, tutti e dieci i lebbrosi hanno fatto esperienza della sua potenza di salvezza, ma mentre nove di loro hanno visto in Gesù solo l’opportunità di risolvere un problema, il decimo, il samaritano, ha visto in Gesù il dono di una presenza da custodire e a cui tornare, perché depositaria dell’unica forza capace di restituire la vita alla sua bellezza originaria.

Solo ancorati fortemente a questa presenza potremo salvare noi stessi e il mondo …