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I gesti della misericordia

Omelia del 20 febbraio 2022 (Mc 2, 13-17)

Si fa un gran parlare di misericordia nelle nostre comunità cristiane e nelle nostre chiese. Se ne parla nella predicazione quotidiana della parola, se ne parla negli incontri di catechismo rivolti ai bambini, se ne parla nelle scuole di teologia.

Eppure, l’impressione è che, a fronte di tanta profusione di parole, di misericordia non ce ne sia granché. Parliamo di misericordia, ma i nostri comportamenti dicono diffidenza, ostilità, intolleranza, inappellabilità di giudizio. come è possibile?

Perché a tanta retorica sulla misericordia non corrisponde uno stile che la rappresenti adeguatamente? 

Perché alla parola misericordia noi non sappiamo dare la tangibilità di gesti e azioni concrete. Perché la misericordia è per noi, sì, un valore, ma un valore che rimane nel circolo delle parole e mai trova sbocco nella concretezza di un vissuto che la declini nella storia reale. 

Questa è la differenza sostanziale tra noi e Gesù.

Per Gesù la misericordia non è solo una parola, non è solo un’idealità, non è solo un orizzonte che fa da sfondo, per Gesù misericordia è uno stile di vita. Egli non si limita a predicarla, la mette in atto. 

In che modo? Quali sono i gesti che esprimono la misericordia di Gesù?

Il primo gesto che esprime la misericordia di Gesù è quello di avere nei confronti dell’altro uno sguardo che non lo identifichi con il peccato che ha commesso.

Che cosa vede la folla quando guarda Levi? Vede un pubblicano, vede un peccatore vede un uomo seduto al banco delle imposte, vede il profilo di una persona moralmente compromessa. Che cosa vede Gesù, invece, quando guarda Levi? Vede un’opportunità, un’occasione, una promessa. Quando posa i suoi occhi su Levi Gesù vede e riconosce un dono. Gesù va oltre quel che vedono gli occhi, va oltre la superficie, oltre ciò che appare nell’immediato. Gesù vede quel che Levi è, incluso le cose che lo hanno portato ad essere ciò che è, ma vede anche ciò che Levi potrebbe diventare.

Mi chiedo se noi siamo capaci di uno sguardo così, misericordioso, o siamo, invece, di quelli che, con l’arroganza degli scribi e dei farisei o con la faciloneria ingenua della folla, si impuntano sul peccato del fratello facendo di esso la sua tomba? 

Perché in tal caso vale anche per noi la parola di Gesù che dice: Togli prima la trave che c’è nel tuo occhio e poi sarai in grado di rimuovere la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello.

Il secondo gesto e l’ospitalità. Ma l’ospitalità al contrario. Gesù non invita, si lascia invitare, non ospita, ma si fa ospitare. Voi direte: non cambia niente. E invece cambia tutto e chi, nella propria vita ha avuto modo di fare l’esperienza dell’immigrato lo sa molto bene. Sa che la vera accoglienza non è quando si invita qualcuno a casa propria, ma quando si è invitati a casa di qualcun altro.

Quando, infatti, si invita qualcuno a casa propria siamo noi ad avere il controllo, sono io che decido i tempi e i modi, siamo noi io a decidere quel che l’altro deve vedere o non deve vedere, siamo noi ad allestire uno spazio, mettendo dei confini oltre i quali l’altro non può andare. Quando, invece, si accetta di lasciarsi invitare a casa di qualcun altro ci si mette nelle sue mani, lasciando che sia lui a decidere i tempi e i modi della mia esperienza.

Terzo gesto della misericordia: condividere la stessa tavola. Nei Vangeli spesso troviamo Gesù seduto a tavola e spesso lo troviamo seduto a tavola con dei peccatori. Ora, noi sappiamo molto bene che cosa significhi sedere a tavola con qualcuno: è un gesto che ha mantenuto nei secoli una forte valenza simbolica. Ci si siede a tavola in segno di condivisione e di comunione, dove condivisione e comunione vogliono dire essere disposti a partecipare della vita dell’altro facendo sì che la sua vita diventi la nostra e viceversa. 

Seduti alla stessa tavola Io e l’altro non siamo più due mondi separati, due realtà indipendenti, ma dei fratelli che condividono insieme, l’uno con l’altro, le proprie gioie, le proprie fatiche, e le proprie sofferenze. Sedersi a tavola significa abbattere i muri di estraneità che ci separano per ritrovare quel filo invisibile e fecondo che ci lega e ci rende un unico corpo.

È un caso che l’alleanza tra Dio e il suo popolo sia rappresentata nel libro dell’esodo come un banchetto? Ed è un caso che la nuova alleanza tra Dio e Israele, quella compiutasi in Gesù di Nazareth, abbia la forma dell’Eucarestia, cioè di un banchetto nel quale, vinta ogni estraneità e separazione, ci è dato di dimorare nella comunione con Dio?

Il quarto gesto con cui Gesù mette in atto, in azione, la misericordia ci porta alla Lettera a Timoteo e, in particolare, a quell’esperienza così singolare che è la conversione di Paolo. Anche Paolo si trova nella stessa situazione di Levi. Anche lui è un peccatore, e se possibile, il suo peccato è ancora maggiore rispetto a quello di Levi. 

Il peccato di Levi, infatti, è legato ad una scelta professionale moralmente sconveniente, il peccato di Paolo è, invece, l’ostilità puntigliosa e ideologica con cui persegue i cristiani. Paolo è un persecutore, è uno che odia i cristiani e che odia colui che i cristiani venerano come Messia. E se Levi andava tenuto a distanza per paura di essere contagiati dalla Sua impurità, Paolo va tenuto a distanza per non mettere a rischio la propria vita. 

Ebbene, che cosa fa Gesù quando gli appare sulla via di Damasco? Gli affida una missione, lo rimette in gioco. L’uomo che più di ogni altro si è adoperato per fermare la corsa del Vangelo sul nascere, ora ne diventa il più grande e proficuo sostenitore. Come è potuto accadere? La risposta è semplice: è potuto accadere perché Gesù ha creduto in lui, ha creduto nella possibilità che Paolo potesse diventare un altro, e potesse mettere la sua intelligenza e la sua passione a servizio del Vangelo, anziché al servizio della sua distruzione. Ha concesso a Paolo un’altra possibilità.

Pensate se Gesù avesse detto, come spesso accade noi quando ci troviamo di fronte a qualcuno che ha sbagliato: qui non c’è più niente da fare! 

Avere uno sguardo di misericordia significa anche questo: credere che l’altro sia importante e che, nonostante i suoi sbagli, abbia ancora un ruolo importante da giocare.

Questo è lo sguardo di misericordia che Gesù riserva a Paolo, questo è lo sguardo di misericordia che Gesù riserva a Levi, chiedendogli di diventare suo discepolo, questo è lo sguardo di misericordia che Gesù riserva a ciascuno di noi, chiedendoci di diventare, nel mondo, testimoni del suo Vangelo.

Ne saremo capaci?