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In spirito e verità …

Omelia del 13marzo 2022 (Gv 4, 5-42)

C’è un momento del nostro recente passato in cui siamo stati indotti a prendere coscienza di quanto sia importante avere un luogo in cui adorare il Padre. 

Parlo del momento più acuto della pandemia, quello che ci ha obbligato a rintanarci nelle nostre case, obbligandoci a fare a meno di tutto: anche della possibilità di andare in Chiesa, anche della possibilità di celebrare la Messa. Certo, quel momento va archiviato come uno dei più bui e drammatici della nostra storia recente, eppure ha avuto il merito di aiutarci a capire quanto fosse importante avere un luogo che fosse capace di ospitare l’esperienza della nostra fede.

Fino ad allora non ce ne eravamo resi conto perché, come spesso accade, fintanto che hai una cosa, non ti accorgi della sua importanza: è quando viene a mancare, quando non ce l’hai più, che ti rendi conto di quanto quella cosa fosse preziosa. 

Noi fin da piccoli siamo stati abituati ad avere chiese che ci accogliessero, luoghi che richiamassero l’urgenza della preghiera, luoghi che ospitassero la celebrazione del mistero. L’accessibilità di questi luoghi per noi non è mai stata un problema, il problema semmai è che essendo questi luoghi.

Ma nel momento in cui le tanto bistrattate chiese, i tanto bistrattati sacramenti ci sono stati sottratti ci siamo resi conto di quanto essi siano importanti per la nostra vita.

Noi abbiamo bisogno di un luogo in cui adorare il Padre. Naturalmente il luogo di cui stiamo parlando non è solo uno spazio fisico, ma un luogo simbolico. Non è solo un punto geografico nella mappa del nostro quartiere, ma una riserva sterminata di simboli e di immagini che rendono accessibile il divino, un crocevia di tradizioni che raccoglie il vissuto credente di generazioni di cristiani, un archivio antichissimo e formidabile di gesti rituali e di pratiche liturgiche cui i credenti di oggi e di ieri hanno affidato l’amministrazione del sacro. Il luogo è quell’insieme di riferimenti, di valori, di principi, di credenze che danno forma alla nostra esperienza credente.

Il tempio di Gerusalemme non è solo il tempio di Gerusalemme, così come il Garizim non è solo un monte della Samaria. Sono luoghi simbolici, attraverso cui il vangelo evoca le tradizioni religiose, le forme cultuali, e gli apparati disciplinari di due popoli che rivendicano per sé il privilegio dell’alleanza. Senza quei luoghi giudei e samaritani non sarebbero in grado di dare una forma alla loro fede e lo stesso vale per noi: senza quel luogo che noi chiamiamo chiesa ci mancherebbe l’alfabeto per dire la nostra fede. 

Ma allora perché Gesù dice alla samaritana: “credimi donna, verrà un tempo in cui né a Gerusalemme, né su questo monte si adorerà Dio”? Se il luogo in cui adorare Dio è così importante perché Gesù sembra minimizzarlo?

In realtà, Gesù non minimizza niente: le sue parole servono solo ad affermare un principio, tanto importante quanto disatteso sia dai credenti di ieri che da quelli di oggi e cioè che non c’è nessun luogo che possa pretendere di vincolare in maniera esclusiva la vera adorazione di Dio. Non esiste forma o tradizione religiosa che possa vantare il diritto di porsi come accesso obbligato all’esperienza della relazione con Dio. E questo perché Dio è infinitamente più grande di ogni nostro tentativo di controllarlo e di categorizzarlo, Dio non è proprietà esclusiva di alcuna religione, non appartiene a nessun popolo concreto. Dio è ciò che per sua natura sta oltre, trascende. A lui non si accede senza mediazioni e, tuttavia, nessuna mediazione è in grado di esaurirne il mistero. E, badate bene, non perché le mediazioni sono inadeguate, ma perché Dio è irriducibile a qualsiasi tentativo umano di imbrigliarlo dentro un’ esperienza particolare.

Disertare questo principio fondamentale, e purtroppo accade spesso, significa avviarsi pericolosamente sulla strada scivolosa ed equivoca che porta all’integralismo e al fondamentalismo. Se c’è un luogo nel quale dovete adorare Dio, dice Gesù, questo luogo è ogni luogo e nessun luogo insieme, è qualcosa che abita lo spazio senza identificarsi con nessuno spazio, è una mozione, un modo d’esistere, una tensione interiore, una forma d’essere. Una forma d’essere che Gesù raccoglie nella tensione tra due vocaboli dalla grande forza evocativa: lo Spirito e la verità. 

D’ora in avanti chi vorrà adorare Dio, dice Gesù, lo dovrà adorare in Spirito e verità, perché Dio cerca uomini e donne che lo adorino in Spirito e verità.

Ora, che cosa significa adorare Dio in Spirito e verità? Per molti Gesù con queste parole dichiarerebbe di voler declinare l’adorazione di Dio dentro una spiritualità fatta di intimismo e di interiorità. Come se l’esperienza della fede potesse consumarsi interamente dentro lo scrigno ben sigillato dei pensieri e dei sentimenti; come se potesse fare a meno del corpo, dei gesti rituali, delle parole dette e ascoltate, del portato della tradizione o dell’oggettività del contesto…

Tutte queste cose, certo, da sole, non fanno l’esperienza della fede. Se la pensassimo così non saremmo diverso da coloro contro cui scagliano le loro invettivi i grandi profeti di Israele: “questo popolo mi onora con le labbra ma il loro cuore è lontano da me”. 

Ci vuole il cuore, perché ci sia la fede, ma il cuore non è intimismo. 

Spirito e verità non possono in alcun modo essere assunti come sinonimi di interiorità e sentimentalismo e la consapevolezza di questo tiene aperta la domanda: che cosa significa adorare in Spirito e Verità? 

Incominciamo con il dire che nella teologia di Giovanni Spirito e Verità non hanno, come invece accade nel nostro comune modo di pensare una valenza soggettiva. Per noi spirito è ciò che abita l’interiorità e verità è per noi sinonimo di trasparenza, di sincerità. Nella teologia di Giovanni, invece, i concetti di Spirito e Verità richiamano l’oggettività della rivelazione di Dio e come tali convergono sempre sulla figura di Gesù. Perché è Gesù colui nel quale abita la pienezza dello Spirito e della verità. 

«Adorare il Padre in spirito e verità» significa, quindi, questo: seguire i passi di Gesù, lasciando che la sua forza operi in noi. 

«Adorare i Padre in Spirito e verità» significa fare costantemente ritorno alla verità del vangelo, essere fedeli alla verità di Gesù senza chiuderci nelle nostre menzogne. Significa custodire dentro di sè – questo è ciò che ha fatto Gesù – la verità di Dio, che è amore, perdono, tenerezza, alito vivificante, in modo che risplenda nella storia del mondo. 

Adorare in Spirito e Verità significa adorare in Gesù perché è lui il luogo definitivo del nostro adorare Dio! È nella relazione con lui che prende forma la nuova alleanza … 

Mi chiedo se, dopo venti secoli di cristianesimo, lo abbiamo capito?