Tutti fuggirono …

Omelia del Giovedì Santo (Mt 26,17-75)

Tutti fuggirono …

Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. C’è qualcosa di paradossale e di disarmante in queste semplici, lapidarie parole. La notte in cui si consuma l’esperienza dell’alleanza ci viene descritta come la notte della fuga e dell’abbandono. La notte in cui Gesù stringe i suoi discepoli intorno alla tavola imbandita per la nuova e definitiva Pasqua, ci è presentata come la notte della diaspora. 

Tutti fuggono, Signore, questa notte. 

Fuggono i discepoli, anzitutto. Fuggono perché hanno paura, perché sentono che la loro vita è in pericolo, perché l’idea di morire e di perdere ogni cosa li inquieta e li sconvolge. Temono che il destino del loro maestro diventi anche il loro. Sono tuoi discepoli, certo, e hanno giurato di rimanerti accanto fino alla fine, da loro ci aspetteremmo ben altro che questa fuga vile e disperata, ma come possiamo biasimarli…

È l’istinto di sopravvivenza a muoverli, il desiderio di salvare se stessi e di preservare la loro vita: entrambe cose che conosciamo molto bene perché anche noi quando ci troviamo a fare i conti con il fantasma della morte l’unica cosa alla quale riusciamo a pensare è quella di metterci in salvo.

Diciamo di essere pronti a sacrificare la vita nel nome dell’amore, della giustizia, della pace, diciamo di essere disposti a perdere noi stessi nella speranza che dal nostro sacrificio, come dal sacrificio del seme che muore nella terra, germogli la vita nuova, ma la verità è che quando sentiamo che la nostra vita è in pericolo l’unica cosa che ci preme è metterci al sicuro.

Gli altri vengono dopo, passano in secondo piano…

Ma questa notte, Signore, non sono solo i discepoli a fuggire. Fuggono tutti: anche quegli uomini e quelle donne che appartengono alla piccola folla indistinta di passanti, di curiosi e di seguaci che da sempre ti si raccoglie intorno dovunque vai avida di ricevere parole di vita e di benedizione. Anch’essi fuggono.

Qualcuno fugge per evitare di compromettersi, qualcuno fugge perché la sua speranza è venuta meno, qualcun’ altro per non dover vedere ancora una volta l’orrore di una vita spezzata, di un corpo violato, di una giustizia umiliata dalle ragioni del potere e dalle perversioni della religione.

Questa notte, Signore, è la notte della fuga. Fuggono i discepoli, fuggono i curiosi, i passanti: il corteo di folla che ti ha accompagnato fin qui si disperde nella notte e tu rimani solo ad affrontare la terribile prova.

Anche noi vorremmo fuggire, questa sera, Signore, ma non è la paura a muoverci, perché nelle nostre vite fin troppo tranquille non abbiamo nulla temere.

E non è nemmeno l’orrore della morte, della violenza, e dell’ingiustizia a muoverci: a queste cose purtroppo siamo ormai abituati e non ci feriscono più. Fanno parte della nostra quotidianità, le abbiamo metabolizzate e in alcuni frangenti ci paiono persino inevitabili, se non addirittura giuste.

Noi siamo come il profeta Giona: fuggiamo perché facciamo fatica a sopportare l’idea che tu sia altro da come ti abbiamo sempre immaginato. 

Giona ci viene descritto come il profeta recalcitrante: inviato a Ninive si imbarca su una nave diretta a Tarsis, nella direzione opposta a quella di Ninive; Dio manda dall’alto la tempesta perché Giona si ravveda, e Giona si nasconde nel luogo più basso e riposto della nave per non ascoltare; Messo alle strette, è disposto a morire, pur di sottrarsi alla voce Dio che lo chiama. Perché? Perché tutto questo darsi da fare per sottrarsi alla chiamata di Dio? Non certo per disimpegno.

Giona è un profeta di IHWH, è uno che conosce l’intimità della relazione con Dio e sa quanto essa possa essere esigente e radicale. Giona è uno che ha impegnato la propria vita nell’essere voce e parola dell’Altissimo, non teme l’impegno di una nuova missione. E non è nemmeno la paura a trattenerlo. È uomo addestrato a misurarsi con l’ingiustizia e l’iniquità.

Se fugge è per protesta nei confronti di un Dio che ha smarrito se stesso, di un Dio nel quale non riesce più a riconoscersi, di un Dio che non riesce più ad accettare. Per lui Dio è il Dio della vendetta, il Dio del castigo, il Dio della giustizia che non conosce cedimenti, il Dio che non torna indietro, che non conosce deroghe, che non ammette eccezioni, il Dio irresistibile che non tollera debolezze e che esercita con fierezza il suo potere smisurato. Come può un uomo che ha una simile idea di Dio contemplare la possibilità che egli possa essere misericordioso. La misericordia, agli occhi di Giona, è una debolezza che Dio non può concedersi. Per questo fugge: perché non vuole farsi portatore di una parola di misericordia e di perdono, di una parola atta a suscitare conversione, anziché attestare un giudizio di condanna.

Chi sbaglia deve pagare e Dio è colui che deve farsi garante del fatto che il debito venga pagato: se non è in grado di fare questo non è Dio. ecco perché la fuga di Giona è una forma di contestazione che colpisce Dio. Giona non è disposto ad accettare la rivelazione di un Dio che ama e che perdona. Non è disposto ad accettare la rivelazione di un Dio che non sia a misura di sé…

Anche noi oggi, Signore, guardandoti percorrere il cammino che porta alla croce, ci troviamo di fronte all’immagine di un Dio inedito, fuori misura, ben diverso da come lo abbiamo sempre immaginato. Un Dio che ci appare inspiegabilmente vulnerabile, debole, impotente. 

E anche noi facciamo fatica ad accettarlo: vorremmo scappare, come Giona. Ma tu a dirci che non è fallimento quello di chi dona la vita, ma energia che feconda la vita; che non è impotenza quella di chi usa misericordia, ma giustizia che salva il mondo; che non è debolezza quella di chi ama, ma potenza che trasfigura la creazione …

E a dirci anche che si può scommettere sull’uomo, ancora, nonostante tutto …. Perché, gettato il seme divino dell’amore, il peccato non può e non deve avere l’ultima parola: né sugli abitanti di Ninive, né su di noi. L’ultima parola è affidata alla “speranza”.

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