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Io sono la luce …

Omelia dell’1 maggio 2022 (Gv 8, 12-19)

La pagina di vangelo di questa seconda domenica di Pasqua si apre con una solenne dichiarazione di Gesù che ricorda quella fatta al culmine della festa della Capanne, narrata nel capitolo 7 del vangelo di Giovanni. 

Se nell’ultimo giorno della festa Gesù si era manifestato come fonte di vita eterna alla quale tutti possono abbeverarsi ed estinguere la loro sete, ora egli si rivela come luce del mondo e promette a chi lo segue la luce della vita. Luce e acqua: due simboli che dicono, insieme, del mistero di Dio e del suo instancabile operare a beneficio dell’uomo. E non potrebbe essere altrimenti. Non c’è modo, infatti, di accedere alla verità di Dio, all’essenza profonda del suo mistero che non sia quello di aprire gli occhi sulla sua “giustizia”, ovvero sulla mozione che lo spinge ad operare per la salvezza degli uomini, ad “essere” per la vita degli uomini, principio di eterna rinascita e possibilità ininterrotta di riscatto per chiunque si accosti a lui.

E qui troviamo un primo spunto di riflessione: ciò che definisce il mistero di Dio nella sua essenza più profonda non è il suo essere separato, il suo abitare gli spazi siderali di un cielo incontaminato, nemmeno il suo imperturbabile attraversare la storia degli uomini senza lasciarsi coinvolgere dal loro destino. E neppure il suo essere onnipotente ed eterno. Ciò che lo definisce è il suo essere per l’uomo, il suo non poter fare a meno di lui, il suo volersi legare inestricabilmente al destino dell’umanità, adoperandosi per la sua salvezza. In Gesù noi possiamo contemplare il mistero di Dio perché in lui, nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi sguardi si rende visibile e riconoscibile il Dio dell’alleanza nel suo instancabile operare a favore degli uomini. 

Ma perché proprio la luce? Perché la luce e non altro a nominare quella ‘giustizia’ divina nella quale solamente ci diventa accessibile il mistero eterno di Dio, quel suo “essere per…” che costituisce per l’umanità un’autentica possibilità di vita e di salvezza? 

Il quarto vangelo mostra una particolare predilezione per il simbolo della luce. Perché? Perché la luce è la sola cosa in grado di contrastare e arginare il dilagare dell’oscurità e della notte che nel linguaggio della Bibbia sono simbolo di tutto ciò che è negativo: della morte, del peccato, della distruzione. Dire che Gesù è la luce significa dire che la notte, la morte, il male, per quanto talvolta possano sembrare invincibili, non hanno l’ultima parola. C’è chi può vincerle, c’è chi può farle retrocedere. 

Nella grande festa dei tabernacoli, che costituisce tra l’altro, il fondale storico e simbolico delle parole di Gesù, gli israeliti disponevano quattro enormi lampadari d’oro nell’atrio del tempio, le cui coppe d’oro colme d’olio diffondevano per tutta la notte luce in tutta Gerusalemme e il talmud che descrive il rito dice «Non v’era cortile in Gerusalemme che non fosse illuminato dalla luce del luogo». Perché lo fanno? Lo fanno per dire questo: che c’è speranza, che le tenebre non hanno l’ultima parola”. La luce è vittoria sulla notte.

La luce è poi ciò che orienta il cammino e dà una direzione alla vita. lo sanno bene gli israeliti, loro che nel lungo peregrinare nel deserto furono guidati da una colonna di fuoco in direzione della terra promessa, loro che hanno potuto contare sulla presenza di una parola, di una legge, capace di orientare i loro passi sulla via della libertà e della giustizia. Senza luce non c’è cammino, e non c’è salvezza: ma solo un vagare senza senso in balia di un destino arbitrario e capriccioso. La salvezza, infatti, non può che essere l’esito di un cammino nel quale l’uomo è coinvolto con la sua libertà, con la sua intelligenza, e con la tenacia di un impegno che non viene meno nel tempo; nel quale condivide una direzione, fa proprio un obiettivo, dà un senso alla sua fatica, interpreta dei segni… Senza luce, non c’è salvezza.

Ma la luce è anche forza di creazione. Non solo perché sappiamo dal libro di Genesi che Dio trasse dal nulla le cose attraverso il dono della luce: essa è l’inversione di marcia che attiva il processo creativo e lo rendo possibile. E non solo perché sappiamo dalle scritture, ma anche dalla nostra esperienza del mondo e della natura che senza luce non c’è vita. Senza luce non nasce niente… 

La luce è forza di creazione soprattutto per quella sua singolare capacità di portare all’essere le cose che già esistono, ma di cui non percepiamo più la presenza. La luce restituisce i contorni delle cose, dà profondità e tridimensionalità alla realtà, risveglia ai nostri occhi la bellezza del mondo esaltandone le forme e colori. Anche questa è forza di creazione, quanto mai necessaria ai giorni nostri e quanto mai provvidenziale. Non si tratta di creare cose nuove, ma di fare nuove le cose, ritrovando il gusto per una vita troppo spesso consegnata al non senso e all’opacità di un funzionalismo degradante. Dove non c’è alcuna salvezza …