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Pensieri

Un comandamento trascurato …

Omelia del 8 maggio 2022 (Gv 15, 9-17)

Parlare di comandamenti è parlare di qualcosa che, nostro malgrado, ci è famigliare. Noi, infatti, siamo stati abituati fin da piccoli all’idea che ci siano dei comandamenti da rispettare. E per molti questi comandamenti sono diventati una ragione di vita, un criterio di appartenenza, un modo di testimoniare la fede; persino, nei casi più patologici, un’ossessione. Ma c’è una cosa strana! 

Tra questi comandamenti, che il tempo ha scolpito nella nostra memoria, il comandamento dell’amore, nella maggior parte dei casi, non c’è. Il comandamento di Gesù, quello che oggi ci è stato consegnato e che dice di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amato, non c’è.

Poco importa che Gesù questo comandamento dell’amore ce lo proponga come il primo e il più grande dei comandamenti, poco importa che Gesù questo comandamento ce lo rappresenti come la sintesi che riassume in sé tutta la legge e tutti i profeti, poco importa che Gesù questo comandamento ce lo presenti come il suo comandamento, come la sua eredità, come il “testimone” cui è affidata la continuità dell’alleanza. Nella nostra memoria religiosa, alla quale attingiamo, ancora, quando sentiamo quanto sentiamo il bisogno di fare chiarezza tra ciò che è bene e ciò che è male e abbiamo bisogno di risettare i parametri etici della nostra vita, questo comandamento non c’è. Ce lo siamo persi per strada. Lo abbiamo smarrito…

Non, ovviamente, nel senso che non ne conosciamo l’esistenza. Sappiamo bene, e sappiamo tutti, che l’amore per gli altri, l’amore per il povero, l’amore per i nemici è ciò che Gesù chiede a chi gli è discepolo, e, quindi, anche a noi, se abbiamo l’aspirazione di essere suoi discepoli. 

E qualche volta ne facciamo persino un motivo di vanto. 

Ma quando si parla della vita pratica, quando si tratta di dover dare una forma concreta alla propria vita cristiana, quando si tratta di dover mettere dei paletti perché facciano da argine alle nostre intemperanze e alle nostre sregolatezze, i comandamenti a cui facciamo riferimento sono altri.

Non bestemmiare il nome di Dio, ricordati di andare a Messa, non uccidere, non rubare, non dire le bugie, non commettere atti impuri: questi sono i comandamenti a cui noi ci riferiamo, quelli della legge mosaica per lo più semplificati nella loro versione catechistica. E per averne conferma sarà sufficiente porci questa domanda: su che cosa facciamo solitamente il nostro esame di coscienza? E che cosa diciamo al sacerdote quando andiamo a confessarci?

Nessuno mai o raramente capita che qualcuno dica il mio peccato è di non aver amato il mio fratello, di non averlo guardato con tenerezza, di non avergli usato misericordia, di non averlo servito con generosità. La verità è che il comandamento dell’amore, per quanto sia nobile ed elegante il luogo nel quale l’abbiamo confinato, è lontano dalla vita reale. 

Ora, la domanda è: come è potuto accadere che questo comandamento dell’amore che per Gesù è parola definitiva di salvezza e fonte della vera gioia sia finito ad occupare un posto così marginale nella pratica e nell’autocoscienza cristiana?

Il primo motivo è questo: il comandamento dell’amore ha finito per occupare un posto marginale nella pratica cristiana perché è troppo generico. Non è preciso, non è puntuale, mentre tutti gli altri comandamenti lo sono. Non uccidere vuol dire non uccidere: il comandamento marca un confine netto: se uccidi sei da una parte, se non lo fai sei dall’altra. Non c’è spazio per l’interpretazione, o per lo meno, così pensiamo noi, perché Gesù avrebbe molto da eccepire sulla questione. Lo stesso potremmo dire sul rubare, o sul nominare il nome di Dio invano o sull’andare a Messa. A Messa ci vai o non ci vai: è facile capire quando sei nel giusto e quando non lo sei. 

C’è un confine imposto dalla legge e questo confine è oggettivo, evidente, riconoscibile. Diverso è per l’amore: quando si parla di amore i confini non sono mai precisi. 

Amare una persona rimane il più delle volte è un’esperienza indecifrabile: non ci sono precetti da adempiere in forza dei quali possiamo dire con tutta sicurezza sto amando o non sto amando. Tant’è che gli stessi gesti spesso servono ad esprimere sia l’amore sia il suo contrario. La domanda come si fa ad amare una persona è una domanda la cui risposta è: dipende… 

Dipende dalla persona che si ha davanti, dipende dalle circostanze: ci sono volte in cui amare una persona significa starle accanto e volte in cui amare una persona significa lasciarla; ci sono momenti in cui amare una persona significa parlarle e momenti in cui amare una persona significa stare in silenzio, ci sono circostanze in cui amare una persona significa assecondare la persona che si ama e altre in cui amare significa affrontarla con durezza. Non ci sono regole fisse: l’amore esige discernimento, interpella la coscienza, impone l’arte dell’interpretazione.

Questo, però, non è l’unico motivo per cui il comandamento dell’amore ce lo siamo persi per strada, ce n’è anche un altro ed è che l’amore vicendevole è impegnativo…

Non si tratta, infatti, solo di adempiere ad alcuni precetti, o di darsi certi limiti, si tratta di dare la vita. “Non c’è amore più grande di chi dona la vita per i propri amici,” dice Gesù. Certo, per Gesù, il dono della vita è prefigurazione della croce, e cioè prefigurazione di una morte. A noi non è chiesto necessariamente di morire, ma di dare la vita sì. È l’amore a chiedercelo, prima ancora che la fede. Si ama infatti solo quando si è disposti a mettere la propria vita nelle mani di qualcun altro, quando si è disposti a riconoscere nell’altro che si ama la ragione per cui vivere e per cui morire: dare la vita, appunto! 

Gesù ha fatto così con noi e ci invita a fare altrettanto con i nostri fratelli perchè il suo amore entri in circolo e fecondi la terra di nuova vita.