Il fumo di Sodoma e la potenza del Vangelo …

Omelia del 20 giugno 2021 (Mt 22, 1-14)

Il fumo di Sodoma e la potenza del Vangelo …

La visione del fuoco che avvolge la città di Sodoma, dobbiamo riconoscerlo, un po’ ci inquieta. Ci inquieta e ci deve inquietare.

Ma non perché si debba temere una qualche rappresaglia di Dio o per la sensazione di essere, anche noi come Sodoma, sospesi al filo sottile di un giudizio divino che potrebbe, senza nessuna avvisaglia e in modo del tutto arbitrario, risolversi nella nostra devastazione.

Su questo non abbiamo nulla da temere. Non è così che agisce Dio, non è questo lo stile che accompagna il suo camminare con l’uomo nella storia.  Se c’è qualcuno che ancora pensa che Dio sia quello che fa piovere fuoco e zolfo dal cielo per incenerire le città degli uomini, e lo fa per diletto o per ostentazione di potenza così che gli uomini lo temano, bisognerà che si ravveda: il Dio della rivelazione biblica è quello che crea il mondo, non quello che lo distrugge. E la sua volontà, non c’è nessuna possibilità di confondersi, è, fin dall’inizio, quella di custodire e difendere la vita, non di sterminarla.

Tant’è che Dio, prima di decidere di mettere Sodoma a fuoco e fiamme, scende per guardare con i propri occhi, per poter verificare di persona se a Sodoma ci sia davvero tutto il male di cui si dice. 

Se, dunque, Il fumo di Sodoma ci inquieta, e deve farlo, lo deve fare non per ciò che fa Dio, ma per ciò che facciamo noi. Non per il timore della rappresaglia divina, ma per la preoccupante somiglianza che c’è tra noi e gli abitanti della proverbiale città biblica.

Il fumo di Sodoma è inquietante perché ci ricorda che anche noi, come gli uomini e le donne che vivevano in quel lembo del deserto di Giuda, siamo chiamati ad essere artefici del nostro destino e che la via che abbiamo intrapreso, se la osserviamo con attenzione, non è molto diversa da quella che ha portato loro alla devastazione.

Di quale via stiamo parlando?

Si è parlato molto del peccato di Sodoma: gli abbiamo persino dato un nome specifico, “sodomia”, pensando di includervi gli atti più licenziosi e immorali che esistano. In realtà, il peccato di Sodoma è, ne più né meno, la mancanza di ospitalità, la violazione della legge sacra dell’ospitalità.

Direte: Dio incenerisce la città di Sodoma per così poco? Noi, infatti, abbiamo fatto dell’ospitalità una questione di buona educazione, di eleganza formale, di ingentilimento dei modi: ne abbiamo fatto una questione di stile che non ha nulla a che vedere con la sostanza della vita e delle relazioni. Nella cultura biblica, però, è diverso: lì l’ospitalità è la forma compiuta della relazione. È l’attitudine di chi si pone di fronte all’altro, riconoscendone e rispettandone la sacralità. 

Una sacralità che va oltre i motivi della pura convenienza e della semplice concordia. La vita dell’altro è sacra perché viene da Dio: perciò va accolta, difesa, accudita. 

Ma che cosa vuol dire in sostanza accogliere, difendere e accudire la vita dell’altro? Quando noi parliamo di violazione della sacralità della vita ci viene subito di pensare alla questione dell’aborto, cioè al diritto di vivere di ogni creatura che viene al mondo; ci viene di pensare alla questione dell’eutanasia, cioè al dovere di rispettare la vita sino alla sua fine.

E per queste cose, giustamente, facciamo battaglie, mettiamo in piedi movimenti di protesta, dimenticando, però, che ci sono molti altri modi, ben più ordinari, ma non meno deprecabili, con cui noi violiamo la sacralità della vita delle persone. 

Quando ci mostriamo accondiscendenti nei confronti della logica perversa dell’efficienza a tutti i costi, che fa dell’uomo uno scarto quando non serve più e quando non porta più profitto, noi violiamo la sacralità della vita dell’altro. 

Quando non ci mostriamo accoglienti nei confronti dell’altro semplicemente perché è vestito di stracci o perché nella vita ha fatto scelte sbagliate, noi violiamo la sacralità della vita dell’altro.

Quando guardiamo con disprezzo qualcuno semplicemente perché viene da un’altra terra, perché crede in un altro Dio, o perché la sua pelle è colorata in modo diverso dalla nostra, noi violiamo la sacralità della vita dell’altro.

E così facendo, finiamo per tradire il Vangelo stesso. Un vangelo che, nelle parole e nei gesti di Gesù, attesta quale giustizia di Dio la sua dedizione incondizionata all’umano. E ha la potenza di un invito a nozze che non esclude nessuno. 

“Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Nessuno è lasciato fuori: buoni, cattivi, giusti, peccatori, poveri, ricchi tutti sono invitati alla festa, tutti sono ospitati dal grembo di Dio. Senza nessuna esclusione.

E questo perché c’è una bellezza che Dio vede in ciascuna delle sue creature che è nell’ordine di ciò che è originario e va al di là delle cose fatte, degli apprezzamenti accumulati e delle circostanze storiche e culturali contingenti.

È una bellezza che nasce dal condividere lo stesso respiro vitale, da un reciproco appartenersi segnato dall’esperienza dell’amore ricevuto e ridonato.

Essere ospitali significa condividere lo sguardo che vede la bellezza inviolabile e sacra che s’addice ad ogni figlio d’uomo semplicemente perché appartiene a Dio ed è da lui amato.

Se sapremo farlo, per il nostro mondo, ci sarà ancora qualcosa da sperare…

Potresti leggere anche: