
Seguire il filo che lega insieme trent’anni di sacerdozio non è impresa facile. Soprattutto se questo filo annoda intorno a sé volti, destini, storie… che non scorrono accanto alla tua vita, ma la attraversano, la modellano e la abitano in un meraviglioso e insondabile gioco di consonanze. Cammini che un tempo ti sembravano altri, ora li riconosci come tuoi, spazi che apparivano estranei sono divenuti casa.
Ecco perché oggi desidero affidare alla Parola di Dio il compito di orientare il mio sguardo nel risalire la via della memoria.
E su cosa si posa lo sguardo? Anzitutto sulla pagina splendida e luminosa del libro della Genesi che parla di Abramo e della sua ospitalità. Lì, sotto le querce di Mamre, Abramo accoglie tre viandanti e la sua ospitalità si fa soglia della benedizione.
In fondo, se ci pensate bene, il ministero sacerdotale è un’esperienza di ospitalità. Un’ospitalità che si riceve e che si dona.
Un’ospitalità che si riceve quando si viene accolti in una nuova comunità, quando, varcata la soglia, ci si trova immersi in un mondo fatto di storie, tradizioni e attese che esistevano prima di te, quando la vita delle persone che incontri diventa la tua stessa vita.
Un’ospitalità che si riceve quando ci si accorge che in tutto quello che si fa si è si è ospiti di Dio. Si tratta di un’ospitalità meno decifrabile, forse, ma ma non meno importante.
Quello che ho capito in questi anni è che il sacerdote è, prima di ogni altra cosa, ospite di Dio. Perché la missione che svolge è la missione di Dio, la parola che proclama è la Parola di Dio, l’amore che testimonia con la sua prossimità, la sua cura, la sua dedizione tenace, è l’amore di Dio.
Essere preti è un po’ come essere ospiti del cuore di Dio, partecipi del suo progetto di salvezza, ospiti del suo sogno di comunione.
All’inizio si vive il ministero come qualcosa di proprio, come una realizzazione personale, come un’occasione per mettere in mostra le proprie capacità, la propria originalità, la propria “intelligenza” pastorale. Poi, con il tempo, l’ansia del fare, dell’apparire, del riuscire, si affievolisce. E resta la consapevolezza silenziosa e pacificante dell’essere servi “inutili”, ospiti di un viaggio nel quale vero protagonismo è lasciare che sia lo Spirito a condurre, traducendo nella vita quotidiana il dono ricevuto.
Ma per un dono ricevuto, c’è anche un dono da offrire. Per un’ospitalità accolta, c’è un’ospitalità da restituire.
E Abramo questa ospitalità la offre: accoglie i tre sconosciuti. Ma chi sono questi tre sconosciuti?Uomini? angeli? Dio stesso?
Il testo ebraico non scioglie il mistero. Abramo si rivolge loro con il titolo di “Adonai”, ma noi sappiamo che questo titolo è ambiguo: lo si può usare per riferirsi rispettosamente ad uomo, ad un semplice uomo, o per evocare il nome del Dio d’Israele.
È dunque un uomo o un Dio colui che Abramo accoglie? Sta offrendo ospitalità a un semplice viandante, figlio del deserto, capitato per caso davanti alla sua tenda, o a quel Dio che l’ha liberato dalla schiavitù di suo padre, che l’ha strappato dalla sua terra di nascita e lo ha incamminato verso la benedizione di un nuovo popolo e di una nuova terra?
La verità è che non c’è una risposta. O meglio: entrambe le risposte sono giuste.
E forse, proprio qui, in questa ambiguità si nasconde il segreto dell’ospitalità: accogliere l’uomo è sempre accogliere Dio, e accogliere Dio è sempre accogliere l’uomo.
È la lezione di Abramo. Ed è la sfida che interpella da sempre il nostro cammino.
Ospitare Dio nel fratello che ci cammina accanto, nel povero che ci tende la mano, nell’anziano che ci dona la sua fragilità, nel giovane alla ricerca di un senso da dare alla propria vita; nel bambino che chiede di essere amato. Ospitalità è imparare a vedere il volto di Dio scolpito nella carne viva dell’umanità. È onorare l’uomo perché in lui respira il soffio del Creatore.
Anche questo si impara nel tempo.
Se ripenso ai primi anni del mio sacerdozio, ricordo che la tentazione era quella di vedere nell’altro qualcuno da istruire, da evangelizzare, da condurre. La comunità era un progetto da realizzare, un’organizzazione da dirigere. È la tentazione della egemonia.
E accanto ad essa ce n’è un’altra di tentazione: pensare che l’esperienza di Dio possa essere confinata nella riflessione intellettuale, nella meditazione, nell’ascesi, nell’interiorità. Non è così!
L’esperienza di Dio è un lasciarsi incontrare dalle persone, lasciarsi interrogare dalle loro domande, lasciarsi ammaestrare dalle loro ferite. E quando lo capisci, cambia tutto: un invito a pranzo, un saluto, un ascolto sincero, un tempo vissuto insieme diventano luoghi di benedizione.
Se c’è una cosa che ho imparato in questi trent’anni, è proprio questa: la benedizione di Dio si sperimenta diventando ospiti della storia concreta e quella stessa storia, con le sue luci e le sue ombre, è il luogo si è chiamati a diventare a propria volta, segni di benedizione, offrendo ospitalità a chi si incontra. È nella storia concreta che si vive l’ospitalità.
Ma come va vissuta questa ospitalità? E arriviamo alla seconda sosta.
Siamo nel Vangelo di Giovanni. Giuda chiede a Gesù: «Perché ti manifesti a noi e non al mondo?». Quel che Giuda chiede è perché Gesù sia così riluttante a legittimare in qualche modo la sua autorità così che tutti possano riconoscerla. Vorrebbe un segno grandioso, una manifestazione eclatante.
Ma Gesù si ritrae, spostando l’accento sul segno per niente clamoroso dell’amore fraterno che adombra il destino della croce. La benedizione non passa attraverso l’affermazione della sua divinità, è vero piuttosto il contrario: l’affermazione della sua divinità passa attraverso la benedizione che egli offre, attraverso prossimità che egli costruisce con la storia dell’uomo attraverso il quotidiano dispiegamento delle forze silenziose e, al tempo stesso, irresistibili dell’amore che si fa dono. La benedizione non passa dall’ostentazione, ma dalla semplicità dei gesti che esprimono l’amore.
Dio non è nel terremoto, non è nel vento impetuoso, non è nel fuoco divorante. È nella voce di un silenzio sottile. Come il seme che cresce nel buio della terra. Come il lievito che trasforma la massa.
A volte mi domando: che cosa ho fatto in questi trent’anni? Non ho fondato comunità, né evangelizzato terre lontane. Non ho scritto libri né pronunciato discorsi memorabili. Ma poi guardo i vostri volti… e capisco che ci sono stati incontri, parole, abbracci, gesti semplici… che hanno toccato la vita. Non strategie, ma prossimità. Non programmi, ma condivisione. È lì che il Vangelo si è fatto carne.
Terza sosta: siamo di nuovo davanti alla tenda di Abramo.
Abramo promette ai suoi visitatori “un boccone di pane”, ma poi prepara una festa: carne tenera, focacce calde, latte e panna. C’è un’eccedenza, una ridondanza nel gesto di Abramo, una generosità che non si spiega con la logica del necessario. Eppure, sembra essere proprio lì il segreto dell’ospitalità!
Il nostro problema non è che non facciamo, ma che facciamo solo l’indispensabile. Non è che non parliamo, ma che diciamo solo ciò che ci viene chiesto. Non è che non viviamo, ma che abbiamo ridotto la vita a pura sopravvivenza. Non è che non amiamo, ma che amiamo solo chi è disposto a ricambiarci. Ci manca l’eccedenza!
E l’ospitalità ha bisogno di eccedenza. L’ospitalità ha bisogno delle parole migliori, delle poesie più ricche, dei gesti più profondi. L’ospitalità ha bisogno della bellezza.
Perché non si vive di necessità. Di necessità si muore. Si vive di bellezza. E quando la bellezza abita l’amore, anche la morte può diventare grembo di vita. L’amore di Dio, che ci accoglie come ospiti, porta in sé il segno di questa bellezza, e la domanda anche da noi.
Io sono grato al Signore per avermi fatto scorgere in questi anni questa bellezza nella molteplicità delle forme di cui è capace: in una tela, in una musica, in una poesia… ma anche in una stretta di mano, in una preghiera semplice, in un atto di servizio gratuito.
E sono grato al Signore per avermi aiutato a trasmettere in qualche modo questa bellezza anche alle persone che ho avvicinato. Forse, a volte, ho dato l’impressione di voler mirare troppo in alto. Vi assicuro che non è mai stato per estetismo o per pignoleria. Ma perché credo che nella fede – come nella vita – si debba sempre cercare il meglio. Sempre cercare la bellezza che apre squarci di cielo nelle cose più umili.
Infine, l’ultima sosta: Paolo.
Anche lui ci dice come vivere l’ospitalità: attraverso la corresponsabilità. Nel suo discorso alla comunità di Corinto, ci ricorda che la Chiesa non è la somma di individualità, ma un corpo vivo, animato dallo Spirito, dove ogni carisma ha un posto, una dignità, una missione.
È una conquista faticosa. Lo era allora, lo è oggi.
Rinunciare al controllo, riconoscere che l’altro ha qualcosa da dire, da offrire, da custodire, farsi da parte… è un cammino che chiede conversione.
Un cammino con il quale mi sono misurato in questi anni e che mi ha portato a capire che il sacerdote non è un condottiero, ma un legame, un tessuto connettivo, una trama. Il sacerdote è colui che è chiamato a custodire la comunione, a servire il mistero di un Dio che, come ci suggerisce la festa della Trinità, che oggi celebriamo, è relazione.
Ospitalità, semplicità, bellezza, comunione: sono queste le tracce del cammino che mi lascio alle spalle. Tracce sulle chiedo al Signore di poter continuare a camminare per continuare a servire – con stupore e gratitudine – le comunità che Egli vorrà ancora affidarmi.
Grazie a tutti!


