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Pensieri

Un avvocato presso di noi …

Omelia del 9 maggio 2021 (Gv Gv 15, 26 – 16, 4)

Al cuore delle parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli nell’intimità della cena pasquale c’è la promessa del dono dello Spirito. 

Non so dire quanto, in quella particolare circostanza, i discepoli abbiano potuto realmente comprendere il senso di quella promessa.

Per poter apprezzare il valore di qualcosa bisogna, infatti, che si disponga del contesto giusto e forse quello dell’ultima cena probabilmente non lo è. Gesù è lì con i discepoli, mangia con loro, lo possono vedere, toccare, ascoltare. C’è intimità tra di loro, condivisione, confidenza e tutto ciò riempie il loro cuore di gioia. Che cosa dovrebbe dare loro lo Spirito? Che cosa potrebbe aggiungere a ciò che già posseggono? 

Ma noi sappiamo che il contesto di intimità e complicità che fa da sfondo all’ultima cena, non durerà per sempre: da lì a poco le cose cambieranno e ciò che fino a quel momento era apparso loro rassicurante e consolante si trasformerà ben presto in desolazione. 

Da lì a poco Gesù sarà loro sottratto; faranno esperienza della paura e dell’angoscia, i sogni e le speranze che Gesù, con le sue parole, aveva alimentato dentro i loro cuori finiranno inchiodati anch’essi sul legno della croce. Faranno ben presto i conti con l’amarezza della delusione, con la meschinità del tradimento e, soprattutto, con la desolazione dell’abbandono.

È in vista di questi tempi drammatici che Gesù promette loro il dono dello Spirito ed è in vista di questi tempi drammatici che la promessa di Gesù acquisisce tutta la sua potenza di consolazione e di rassicurazione.

È come se Gesù dicesse: verranno giorni in cui io sarò sottratto al vostro sguardo, in cui vi sentirete orfani, in cui il vuoto lasciato dalla mia assenza diventerà insostenibile. Ebbene, quando questi giorni verranno, sappiate che non siete stati abbandonati, che non siete rimasti soli. Nello Spirito che vi sarà donato io sarò con voi e la mia presenza la potrete percepire nell’intimità dei vostri cuori con l’intensità di una parola che grida, esorta, consola e consiglia.

Verranno giorni in cui le tenebre copriranno la terra e l’oscurità farà breccia nel cuore di ogni uomo, spegnendo la speranza e la fiducia. Quando accadrà, sappiate che c’è una luce ad attendervi, perché lo Spirito farà risplendere sulle vostre vite la luce della verità di Dio. 

Verranno giorni, e non sono lontani, in cui vi sembrerà che la morte, la morte che fa scempio della vita del giusto, la morte che colpisce l’innocente, la morte che dissolve ogni parvenza di eternità, abbia definitivamente vinto la sua battaglia contro la vita. Quando accadrà, sappiate che la vita non è sconfitta, perché lo Spirito che vi è dato custodisce la passione di Dio e la passione di Dio feconda ogni cosa d’eternità.

Nello Spirito c’è il dono di una vita che vince la morte, il dono di una verità che risplende nelle tenebre, il dono di una presenza che riempie l’assenza: per questo è un dono inestimabile che non finiremo mai di apprezzare e per il quale non finiremo mai di ringraziare il Signore. Ma, attenzione: se fosse solo questo sarebbe troppo poco.

E persino fuorviante, perché funzione dello Spirito non è quella di ripristinare nell’oggi ciò che c’era prima la morte di Gesù; funzione dello Spirito non è quella di riprodurre nel tempo presente l’intimità rassicurante del cenacolo. E neanche quella di riempire il vuoto lasciato dalla dipartita di Gesù, offrendo ai credenti di oggi e di sempre una risposta che faccia fronte al desiderio che essi hanno, che noi tutti abbiamo, di gratificazione e consolazione.

Il dono dello Spirito è un dono per la missione. Un dono per la testimonianza. È un dono datoci da Gesù non perché abbiamo consolazione, o per lo meno non solo per questo, non innanzitutto per questo. Il dono dello Spirito ci è dato perché ci mettiamo in moto, perché possiamo assumerci le nostre responsabilità, perché possiamo essere sostenuti nel nostro impegno di evangelizzazione, perché usciamo dai nostri cenacoli, diventando testimoni di Gesù nel mondo. 

Le parole di Gesù definiscono lo Spirito come il paraclito. Che cos’è il paraclito? Il termine viene dal greco ed è composto da una preposizione, “para”, che vuol dire “vicino” e da un verbo al participio passivo, “cletos”, che vuol dire “chiamato”. Letteralmente, il paraclito è colui che è chiamato vicino: ecco perché talvolta viene chiamato il consolatore. Il consolatore è colui che viene vicino, che non ti fa sentire solo, che con la sua presenza ti fa sentire protetto. E non c’è dubbio che anche questa sia una dimensione del dono dello Spirito. 

Ma qui il significato non è questo: il paraclito qui è l’avvocato difensore che l’imputato chiama a sé per essere difeso. È colui che deve dimostrare le ragioni di colui che difende. Colui che deve testimoniare a suo favore lasciandone emergere la verità. Gesù manda lo Spirito come suo avvocato e lo manda dentro di noi perché ci insegni a difendere le sue ragioni e a prendere le sue difese nel mondo che abitiamo. 

È questo il modo in cui oggi il Signore Gesù vive e si rende presente.

Si rende presente se noi lo testimoniamo, se sappiamo far valere le sue ragioni. Se sapremo dimostrare con la nostra vita la sua bellezza, la sua affidabilità e la sua verità. Il nostro compito è questo …