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Pensieri

Salì al cielo davanti ai loro occhi …

Omelia del 16 maggio 2021 (Lc 24, 36b-53)

Non so dire che cosa i discepoli di Gesù abbiano provato vedendolo salire al cielo. Immagino, però, che fosse un sentimento di gioia e di soddisfazione. Perché?

Perché il loro maestro, Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole, stava per essere elevato al rango di coloro che hanno avuto il privilegio di abitare con Dio e di sedere alla sua destra.  

I discepoli sapevano bene quanto fosse esiguo il numero di questi uomini. La tradizione di Israele ne conta tre.

C’è Enoch, di cui la Bibbia dice che “andava e veniva con il Signore” a dire della profonda sintonia che c’era tra lui e Dio. Enoch, dice la tradizione, fu rapito da Dio verso il cielo e ebbe il privilegio, lui solo, di poter scrutare in profondità il mistero del mondo. 

C’è poi il grande profeta Elia, che, dopo aver preso congedo dal discepolo Eliseo, viene portato verso il cielo su un carro di fuoco fino a scomparirvi. Elia lo conosciamo tutti: è un profeta risoluto e tenace, è stato la voce di Dio in mezzo ad un popolo di ribelli. In lui abbiamo contemplato la forza di una parola, quella di Dio, capace di consolare e di benedire, capace di convertire e, all’occorrenza, persino capace di sfidare senza paura l’arroganza dei potenti.

E da ultimo Mosè. Noi non sappiamo nulla della morte di Mosè. Sappiamo che salì sul monte Nebo per poter contemplare dall’alto la terra della promessa, ma quel che avvenne su quel monte è avvolto nel mistero. 

Mosè non scenderà mai da quel monte: è come se fosse scomparso, se si fosse volatilizzato. Per questo la tradizione di Israele immagina che Mosè sia stato rapito da Dio verso il cielo con un bacio. 

Mosè è l’amico di Dio, il custode del nome eterno di Dio. Egli è la voce di Dia davanti a Israele e, al contempo, la voce di Israele davanti a Dio. È il grande intermediario, colui al quale Dio affidò le tavole della legge che avrebbero dovuto sancire l’alleanza. Mosè è l’uomo che parlava a tu per tu con Dio.

Ecco, ora, nel novero di questi grandi uomini, ci sarebbe stato anche Gesù, l’uomo di Nazareth. 

Come potevano i discepoli non rallegrarsi? 

L’elevazione di Gesù al cielo era per loro la conferma che avevano scelto bene, che non avevano sbagliato, che Gesù era veramente chi diceva di essere: un uomo di Dio, il figlio di Dio, quel figlio amato il cui destino non poteva che essere quello di sedere nella gloria alla sua destra. 

Anche lui, come Elia, era stato voce di Dio in mezzo al suo popolo, anche lui aveva parlato con la forza di una parola che benedice e scuote al tempo stesso, al fine di suscitare la fede oltre ogni compromesso. Come Enoch, anche lui, aveva camminato con Dio, offrendo se stesso perché il Padre fosse glorificato in lui. Come Mosè anche lui è stato custode del nome santo di Dio e ci ha insegnato a pronunciarlo dicendo “abba”. 

Come a Mosè anche a lui Dio ha affidato la sua legge, la legge dell’amore, perché egli la donasse al mondo, e, come Mosè, anche lui è stato intermediario di alleanza, alleanza sigillata con il suo sangue versato per la salvezza del mondo.

Ebbene di questo Gesù, che è alla pari di Elia, di Enoch e di Mosè, e che, anzi, li supera infinitamente, essi sono stati i discepoli. L’hanno conosciuto di persona, hanno ascoltato le sue parole, le hanno incise nella loro memoria e solo ora si rendono conto di quanto esse siano preziose: di quanto siano da custodire, di quanto siano da condividere.

A questo Gesù hanno voluto bene, e da lui si sono sentiti amati. Il suo amore è stato come una vampa che acceso in loro la vita, che ha dato loro coraggio nei momenti di incertezza, che ha ridato loro passione per la fede e una direzione nella quale camminare.

È per questo il loro cuore quel giorno si riempì di gioia e di soddisfazione: Ma, badate bene, a non fraintendere.

Qui, l’orgoglio non c’entra nulla. A riempire di gioia il loro cuore è piuttosto il constatare che, se Gesù è veramente il Figlio eterno di Dio, l’esperienza che hanno vissuto con lui, le parole che hanno sentito uscire dalla sua bocca, i gesti che si sono impressi nei loro occhi non sono tracce sbiadite di un passato che non tornerà più, ma il movimento inarrestabile di una potenza di vita che continuerà ad operare in loro. rendendoli costruttori di una nuova umanità.

Io non so se noi siamo altrettanto consapevoli del valore delle parole che ascoltiamo da Gesù, non so se siamo sempre consapevoli di quanto queste parole siano importanti per la nostra vita.

Io non so se anche noi, come loro, ci rendiamo conto di quanto la nostra fede in Gesù, il nostro sentirci amati da lui, possa essere il perno su cui edificare non solo la nostra vita, ma la vita del mondo intero: potenza di Dio che attraverso di noi irradia la terra …