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Lavarono le loro vesti al sangue dell’agnello …

Omelia del 1 novembre 2020 (Ap 7, 2-4. 9-14)

Allora uno dei ventiquattro vegliardi si rivolse a Giovanni e gli chiese: “Costoro vestiti di vesti bianche chi sono e da dove sono venuti?”. La domanda che sentiamo risuonare nel racconto dell’Apocalisse è la medesima domanda che affiora oggi sulle nostre labbra: chi sono i santi a cui oggi, in questa solenne celebrazione, volgiamo lo sguardo? Chi sono questi santi senza nome che popolano la gloria delle schiere celesti e a cui oggi va il nostro pensiero e la nostra invocazione? Chi sono e da dove vengono?

Il libro dell’Apocalisse ci dice che questi santi vengono dalla terra: la stessa terra che anche noi abitiamo. Hanno abitato case come le nostre, hanno percorso le stesse nostre strade e frequentato le stesse nostre città; anche loro come noi hanno dovuto fare i conti con il dramma di una vita spesso accidentata e ingiusta, anche loro hanno dovuto assaggiare la polvere della terra, schiacciati dal peso della propria fragilità e della propria inadeguatezza, per poi rialzarsi coraggiosamente e riprendere il cammino. Basterebbe questo per darci un’idea un po’ più precisa circa l’identità di questi uomini che hanno l’onore di vivere nella schiera degli amici di Dio. Un’idea che fa perno intorno a due acquisizioni fondamentali.

La prima: I santi, contrariamente a quanto spesso si pensa, non vivono fuori dalla storia, non sono degli alienati, non vivono confinati in uno spazio senza tempo, impermeabili a tutto ciò che accade nel mondo degli uomini. Al contrario, santità è immersione nella storia, è prossimità con l’umano, è condivisione di un cammino comune. Dobbiamo smetterla di pensare ai santi come a degli extraterrestri quasi che si debba provenire da un altro mondo per poter vivere il vangelo o che la testimonianza cristiana sia incompatibile con l’esperienza che facciamo ogni giorno della nostra vita.  I santi sono uomini e donne della porta accanto: ciò che li rende santi non è la loro scelta di sottrarsi al mondo, ma la loro scelta di abitarlo perché in esso si viva la potenza generativa del Evangelo.

Seconda acquisizione: i santi sono molti, più di quanti ne contengano i nostri calendari, più di quanti ne contenga la nostra memoria storica. Il libro dell’Apocalisse ne parla come di una folla immensa, di una moltitudine che non si può contare. Cento quarantaquattromila, 12 al quadrato per mille: il numero della totalità.  Ma se sono così tanti, verrebbe da dire, dove sono? Perché non si vedono? Perché i giornali e i media non ne parlano? Perché  le cronache non registrano la loro presenza? Perché i santi non amano le ribalte, agiscono dietro le quinte, operano nel nascondimento di una quotidianità che non fa clamore, si fondono nella massa. Se volessimo usare un’immagine evangelica dovremmo dire che sono come il lievito nella pasta o come il sale nella pietanza. Non li vedi, ma l’effetto della loro presenza, quello lo senti … Anche i santi! Non li vedi ma quando ci sono li senti perché portano con sé un’energia capace di trasfigurare il mondo.

Ora, permettetemi una domanda: da dove si sprigiona l’energia che rende questi uomini riconoscibili nonostante il loro lavoro silenzioso? Che cosa rende questi uomini così diversi da chi vive loro accanto?L’Apocalisse parla di un sigillo: un marchio che dovrebbe contrassegnare tutti coloro che appartengono a Dio. 

È un marchio questo che evoca tempi lontani. Siamo in Egitto, la notte del primo esodo, poco prima che Israele si mettesse in cammino per intraprendere il suo cammino di liberazione. Anche in quel caso ci fu bisogno di un sigillo, un sigillo di sangue sugli stipiti delle porte degli ebrei perché l’angelo sterminatore passasse oltre. Che cosa voleva dire quel sigillo? Di che cosa era segno? Era segno di protezione e di cura. Era il segno inequivocabile di un Dio che ama il suo popolo e si prende cura di lui.  Anche il sigillo che marchia i santi vuol dire qualcosa di simile: I santi sono persone che hanno fatto esperienza dell’amore di Dio. Nulla è loro risparmiato in termini di sofferenza, persecuzione, angoscia, ma sanno di essere amati e questo dà loro la forza di affrontare gli ostacoli e di sperare nella salvezza. I santi sono uomini e donne che sanno che l’amore di Dio non verrà mai meno e per questo si danno da fare per confermare e sostenere la fede dei fratelli.

Ma non è solo questo a caratterizzarli… L’aver fatto esperienza dell’amore di Dio, più forte della stessa morte, li ha resi capaci di diffondere tale amore intorno a sé. L’amore di Dio li ha conquistati, li ha plasmati, li ha rigenerati al punto che ogni cosa che fanno e che dicono ne porta il riflesso: attraverso di loro l’amore misericordioso e fedele di Dio si è reso e si rende presente e operante nella storia degli uomini. I santi sono coloro che hanno lavato, dice l’Apocalisse, le loro vesti al sangue dell’agnello. La loro testimonianza non è fatta né di dogmi né di concetti, la loro testimonianza porta il segno dell’amore incondizionato, lo stesso che ha indotto Gesù a far dono di sé perché l’uomo abbia la vita e l’abbia in abbondanza. La loro veste non è la vesta candida di chi si è preservato dalla vita, ma la veste macchiata di sangue di chi si è speso per gli altri, di chi non ha risparmiato la propria vita, di chi ha lottato strenuamente contro le forze del maligno.

Quando si parla di santità, credetemi, questa è l’unica cosa che fa la differenza …